IL DELIRIO DEL CINEARTISTA

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Esce nelle sale la prima parte della trilogia "Le valigie di Tulse Luper" di Peter Greenaway. Un'opera esaltante ricca di tutti gli stilemi tipici del regista. A partire...

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«Il cinema è morto con l’invenzione del telecomando» «Questa è la mia opera totale» «Potrei arrivare a dire che il mio film Le valigie di Tulse Luper non è altro se non un’introduzione al sito internet». Ipse dixit, Peter Greenaway. Osservarlo a Cannes alla festa in suo onore sulla terrazza del Noga Hilton, tronfio e narciso, circondato da fotografi, faceva pensare di essere esattamente come la sua opera: unicamente desiderosa di farsi guardare ma restare enigmatica, non farsi comprendere fino in fondo. Esce venerdì 23 il primo capitolo (La storia di Moab) di questa monumentale, enciclopedica, delirante trilogia, una sorta di work in progress multimediale che comprende anche opere teatrali, cd-rom, siti internet, libri e un gioco interattivo on line.

Tulse Henry Purcell Luper è una sorta di alter ego del regista, scrittore, collezionista, ricercatore, nato a Newport, Galles del Sud, nel 1911. Nella sua movimentata esistenza, viene rinchiuso in 16 prigioni in giro per il mondo (quella italiana è a Ventimiglia) dove dissemina ben 92 valigie, ognuna delle quali contiene una categoria di oggetti ben precisa e spesso bizzarra (nella settima ‘la pornografia vaticana del 1880′). E’ infatti 92 il numero chiave del film: sono annoverati 92 attori protagonisti, 92 è il numero atomico dell’uranio che è un po’ il fil rouge di tutta la vicenda e se fosse vivo Tulse Luper avrebbe 92 anni. Nel primo episodio vengono ricostruiti tre momenti della vita del protagonista (interpretato dall’angelico J. J. Field): l’infanzia gallese, l’arrivo nel 1934 in una cittadina dello Utah, Moab, alla ricerca delle città perdute dei mormoni insieme all’amico d’infanzia Martino Knockavelli dove viene arrestato con l’accusa di aver sedotto una minorenne. Infine Luper si trova ad Anversa durante la seconda guerra mondiale.

Tra catalogazioni minuziose alla Georges Perec e ambiziosi tentativi di ricostruire una storia ideale del XX secolo, intriganti inquadrature curatissime visivamente e ingarbugliamenti narrativi, i fan del regista ritroveranno tutti i suoi stilemi tipici esasperati all’eccesso: split-screen sfrenato (schermi nello schermo che si aprono come finestre in un pc), didascalie sovrimpresse, link e computer graphics come se il film fosse una tavolozza postmoderna dove Greenaway dà sfogo alle sue tipiche ossessioni, ovvero gli elenchi, i numeri, il nudo, il fascino pittorico dell’immagine (sempre magnifica la fotografia firmata questa volta, dopo la morte del fedele Sacha Vierny, da Reinier Van Brummelen). Nel cast infinito anche le nostre Valentina Cervi e, ma non in questo episodio, Anna Galiena.

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