Il prete gay polacco conquista il Teddy Award alla Berlinale

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"Spero che il mio film possa aprire il dibattito sui diritti gay in Polonia". Così la regista Malgoska Szumowska, vincitrice del Teddy con "In the name of" su...

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Una scena di

Una scena di “In the Name of”

Look sbarazzino e mascolino da butch navigata, elegante cappello calato sulla chioma fluente e sorriso radioso: così la regista polacca quasi quarantenne dal nome impronunciabile, Malgorzata Szumowska detta Malgoska, è entrata ufficialmente nel cinealbo queer ritirando il 27esimo Teddy Award alla riuscita cerimonia di premiazione presso la Station berlinese di Luckenwalde Strasse. Ha infatti vinto il drammatico “In the name of” da lei diretto su un prete gay in crisi di vocazione quando giunge un nuovo ospite della comunità per ragazzi in cui lavora. La motivazione parla di “film visivamente potente che osa sfidare gli stereotipi dell’omosessualità contrapposta alla religione con una storia personale, raccontata in un modo profondamente umano”.

La consegna del Teddy a Malgoska

La consegna del Teddy a Malgoska

“Tolleranza per me significa che ciascuno ha il diritto di amare – ha detto la regista sul palco, ricevendo il premio da John Cameron Mitchell -. Poiché ci sono Paesi in cui non c’è ancora questo diritto, e tra questi Paesi c’è la Polonia, per me questo premio è estremamente importante: spero che possa aprire il dibattito e far cambiare le cose”.

“In the name of” si è anche aggiudicato il premio dei lettori della rivista gay Siegessäule, perché “tratta di tabù con autenticità e nello stesso tempo chiede alla Chiesa Cattolica di accettare e riconoscere l’esistenza di preti omosessuali”. “Sono emozionata e orgogliosa di ricevere questo premio – ha esclamato entusiasta la regista – perché è un premio molto importante per me. Appartiene anche ai miei attori, Andrzej e Mateusz. Grazie a Berlino e a tutti!”.

Fondamentale, per il successo del film, è stata certamente l’alchimia tra i protagonisti Andrzej Chyra e Mateusz Kosciukiewicz che avevano già recitato insieme in “Tutto ciò che amo” di Jacek Borcuch interpretando però il ruolo di padre e figlio.

Una scena di

Una scena di “In the Name of”

All’elegante serata in cui si è esibito, tra gli altri, il cantante canadese Rufus Wainwright, è intervenuto anche il sindaco della città, Klaus Wowereit, omosessuale dichiarato, che ha ringraziato gli organizzatori per il buon lavoro svolto, ricordando che “il grande numero di film gaylesbo della Berlinale è anche il frutto dei progressi della nostra società ed è il risultato di una lotta. Abbiamo ottenuto molto negli ultimi anni ma la partita è ben lontano dall’essere vinta: se abbiamo riportato qualche vittoria, in realtà in molte zone del mondo i diritti retrocedono, come per esempio in Russia dove è stata approvata dalla Duma la legge contro la propaganda gay: è una vergogna, bisogna dirlo ad alta voce”.

Già diciott’anni fa un vibrante dramma su un sacerdote omosessuale in crisi interiore,”Il prete” dell’inglese Antonia Bird, aveva vinto il Teddy (per la precisione quello del pubblico, il Guests’ Award), e anche in quel caso era stata determinante l’interpretazione dell’intenso protagonista, Linus Roache.

Una scena di

Una scena di “In the Name of”

Per la seconda volta consecutiva il francese Sébastien Lifshitz consegue il riconoscimento per il miglior documentario, “Bambi”, sull’omonima artista transgender franco-algerina star dei music-hall parigini, ora 77enne, “un bellissimo ritratto del percorso di una donna in continua trasformazione. Il regista Sébastien Lifshitz cattura il nostro cuore con preziose immagini che dipingono il mondo pre-lgbt, dimostrandoci come Bambi possa essere fonte d’ispirazione per diverse generazioni”.

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Lo svedese Victor Lindgren si è aggiudicato il premio per il miglior cortometraggio, “Ta av mig” (“Spogliami”) “per il ritratto di una donne forte che fronteggia le tradizionali espressioni del sessismo con dignità e grazia, e per l’onesta e accurata performance dell’attrice protagonista”. Il Premio Speciale della Giuria è andato al lesbico “Concussion” di Stacie Passon perché “oltrepassa i giudizi morali e difende il valore di una moderna famiglia gay, così come la realizzazione dell’individuo libera dalle aspettative convenzionali”.

Uno speciale Teddy Award è infine andato al progetto collettivo sudafricano “Steps for the future” in quanto “combatte per l’inclusione della gente con HIV nella società e contro la discriminazione e la stigmatizzazione”.

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