IL PRETE PEDROFILO

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E' un Almodóvar minore, quello di "La mala educación" che ha inaugurato il festival di Cannes. Una scrittura complessa che non riesce a trovare completezza nelle immagini.

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CANNES – Uno dei film più gay di Almodóvar è, purtroppo, uno dei meno riusciti. E, strano a dirsi per l’appassionato regista mancego, anche uno dei più algidi e distaccati, ben poco infiammato dai colorati eccessi melò o quella bramosa ‘voglia di desiderio’ che da sempre lo caratterizzano. ‘La mala educación‘ è invece un noir cervellotico dalle parti di ‘Carne tremula‘ con variante omo/trans in cui Pedro, dopo aver vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura di ‘Parla con lei‘, sembra più interessato a creare un gioco macchinoso a livello di scrittura che infondere vita ai suoi personaggi (attualmente Almodóvar sta lavorando a ben tre plot: il thriller ‘Tarantula‘ e le commedie ‘Amanti passeggeri‘ e ‘La nonna fantasma‘).

E dire che ‘La mala educación‘ parte proprio bene: siamo a Madrid nel 1980 e un attore si presenta nello studio del regista Enrique Goded con una sceneggiatura dal titolo ‘La visita’ rivelandogli di essere un suo compagno di scuola. Flashback: negli anni ’60 era un bimbo delizioso innamorato di lui, cantava con voce angelica facendo commuovere un sacerdote che abusa del piccolo tra i giunchi dopo averlo sentito intonare ‘Moon River’. Il ragazzino si divincola, una goccia di sangue gli cola dalla fronte dividendogli in due il viso che si apre come un sipario sulla sua vita futura, segnata da quel momento da un’ineluttabile doppiezza sessuale e morale. Diventerà Zahara, un travestito con capello lungo e grandi boccoli che tenterà di vendicarsi ricattando il prete: ma un colpo di scena con doppio scambio di persona in cui c’entra suo fratello Juan rivela un piano ordito ai suoi danni.

I primi venti minuti di film sono carichi di sensualità: l’apparizione di Zahara fasciata in un Gaultier aderente con pube di pelliccia e capezzoli disegnati mentre canta ‘Qui sas’ e lancia un garofano al suo amore Angel; la muta seduzione in piscina tra l’attore che fa il bagno in mutande e il regista; l’amico di Zahara interpretato da Javier Camara nel ruolo di un sarcastico travestito effeminato da prima movida. Poi diventa una ‘pelicula nigra’, un film noir poco emozionante con continui rimandi metacinematografici (i bimbi al cinema che vedono il loro idolo Sara Montiel, Angel e il prete che vanno alla ‘Semana del cine nigro’, la scena girata nello studio del prete che si rivela essere un set come già accadeva nell’incipit di ‘Che cosa ho fatto io per meritare questo?‘ e ‘Tutto su mia madre‘).

E’ un film quasi tutto al maschile, le uniche donne sono due anziane galiziane in ruoli di contorno, ma le attrazioni tra maschi e/o trans non palpitano di desiderio appassionato come ne ‘La legge del desiderio‘ ma scatenano solamente voglia di vendetta e rivincita. Tre scene di sesso, non entusiasmanti: una ironica, con fellatio che Zahara effettua a Angel mentre lui dorme; una sodomia violenta tra Enrique e l’attore; una seduzione su un divano ripresa con una telecamera.

Gael Garcia Bernal, in un camaleontico triplice ruolo, recita bene ma non trasmette grandi emozioni (qui a Cannes è lanciato come una star e ‘Studio’ gli dedica la copertina). Più che analizzare la pedofilia di padre Manolo, che non viene approfondita, viene spiegata la sua ‘Pedrofilia‘, ovvero gli amori che ha in comune con Almodòvar: la musica della sua infanzia (si sente pure ‘Cuore matto’), il corpo maschile, le radici della cultura popolare che qui si identificano con la religione e i suoi riti, per i quali Pedro dimostra comunque un pudico rispetto.

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Nonostante il tema, ‘La mala educación’ non è e non vuol essere un film anticlericale. Nell’ultima inquadratura la parola ‘Passione’, incorniciata in un cancello, invade l’intero schermo: ma è appunto puro testo, e ‘La mala educación’ non trasmette altra passione se non quella per la scrittura e i compromessi con cui deve lottare la sua trasposizione in immagini. Un Almodóvar minore.

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