IL RITORNO DEL RE

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Non delude la aspettative la terza ed ultima parte della trilogia dell’Anello, un kolossal con grandi effetti speciali e battaglie ma che non si dimentica di avere un’anima....

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Ci siamo, la fine è giunta. I ciclopici sconvolgimenti che stanno avvenendo nella Terra di Mezzo volgono al termine, ma c’è ancora molto da affrontare in questo terzo e conclusivo capitolo de Il Signore degli Anelli, intitolato Il ritorno del Re.

L’introduzione è affidata ad un flashback che ci riporta ai tempi in cui Gollum (Andy Serkis) era uno dei tanti pacifici hobbit della Contea e di come a causa di un incidente di pesca si imbatté nel magico e maledetto Anello, arrivando ad uccidere un amico per impadronirsene. Nel presente della storia Gollum è in viaggio verso il Monte Fato con Frodo (Elijah Wood), il portatore dell’anello, e Sam (Sean Astin) ed aspetta l’occasione buona potersi disfare dei due hobbit viaggiatori e potersi riappropriare del prezzzziossso tesssoro. Per far ciò non esita a ricorrere a trucchi ed espedienti per metterli l’uno contro l’altro.

Nel frattempo a Gondor si prepara da parte dell’esercito di Sauron l’assedio a Minas Tirith, la capitale del regno in sfacelo che solo Aragorn (Viggo Mortensen) può riunire e guidare. Il Re di Rohan (Bernard Hill) accetta l’invito di Gandalf (Ian McKellen) ed invia il proprio esercito a sostenere una battaglia cruenta, sanguinosa e dagli esiti assai incerti. Nascosti tra le fila dei soldati ci sono la figlia stessa del re, Eowyn (Mirando Otto), e l’hobbit Merry (Dominic Monaghan). L’occhio fiammeggiante di Sauron intanto scruta incessantemente, mentre Frodo lotta col potere soggiogante dell’anello per mantenere la propria umanità…

Gioca col fuoco il regista Peter Jackson: seguendo la traccia narrativa del mattoncione letterario di JRR Tolkien, e concedendosi qualche più che legittima libertà di adattamento, ha costruito strato per strato un gigantesco palazzo tanto bello, ricco e sontuoso quanto sempre più in pericolo di collassare su se stesso. C’è veramente tanto in ballo, tante trame e sottotrame, tanta spettacolarità, tanta epicità. Notevoli molti spunti: il flashback iniziale, il fatto che Frodo subisca sempre più la fascinazione del Potere, il conoscere il pericolo costituito dall’infido Gollum ma al tempo la necessità della sua guida, l’avventatezza di Pipino che rischia di rivelare cose importanti a Sauron…

Il film ci propone cavalieri ed eroi, ma non diventano mai macchiette in cerca di sacrifico e gloria come si sono visti altrove: rimangono umani e guardano affascinati, ma non senza timore, all’attraversamento di quella “grande cortina di pioggia” oltre la quale nessun vivente può vedere. Tra l’ennesimo scontro tra armate e nuovi mostri e giganti, tra i sospiri di eroi ed eroine dal destino incerto, tra magie e contromagie sia tematiche che tecnologiche il kolossal dei kolossal d’inizio millennio è davvero “tanto”, in ogni senso, ed il rischio d’implosione è sempre in agguato. Fortunatamente Jackson evita quello che invece succedeva nel romanzo, ovvero l’afflosciarsi dell’enorme tensione accumulata in precedenza nelle due parti precedenti, davvero difficile da sostenere sino in fondo. Il miracolo, se cosi vogliamo chiamarlo, gli riesce per tutta una lunga serie di ragioni, tra le quali una sceneggiatura minuziosa, un cast che ha veramente dato il massimo, un armamentario di trovate visive sempre sorprendente ed un polso d’autore davvero invidiabile.

Tolkien inoltre, da serio e compassato insegnante universitario, manteneva sempre l’aspetto emozionale della narrazione sempre strettamente sotto controllo. Jackson invece prima spossa lo spettatore nelle prime due ore e mezza di guerra e poi nel finale lascia liberi di esplodere gli accumuli emotivi, anche quelli più scopertamente sentimentali. Il ricorso al fazzoletto in sala è frequente: il geniale neozelandese è riuscito a costruire un magnifico castello di emozioni che alla fine non crolla. Semmai si è concesso un qualche finale e sottofinale di troppo, l’ultimo in particolare, ma si tratta di una nota a margine.

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