Il vibrante prete di In The Name Of vince il Festival Mix

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Miglior film il dramma polacco di Malgorzata Szumowska. Tra i doc emergono "Les invisibles" di Lifshitz, Parent vince tra i corti. Edizione stimolante e variegata, grande assente la...

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In the Name of

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Tra la lobby gay in Vaticano e la mamma “arcobaleno” palermitana demonizzata in chiesa, non potrebbe essere più attuale la vittoria del vibrante prete di campagna polacco di In The Name Of al Festival Mix milanese. Il solido dramma diretto da Malgorzata Szumowska si aggiudica giustamente il premio come miglior film “perché affronta un paesaggio umano e naturale ostile, fortemente segnato dalle stimmate di un cattolicesimo antico, illuminando una fisionomia umana schiacciata fra desiderio e ubbidienza”. La giuria composta da Ida Bozzi, Mattia Carzaniga, Giuseppe Isgrò, Elena Russo Arman e Luca Scarlini ha anche assegnato due menzioni speciali: la prima è andata al franco-pakistano Noor di Guillaume Giovanetti e Cagla Zencirci per il contributo artistico. La motivazione parla di “un viaggio fra antropologia e misticismo ai confini del gender. Quando i sessi non bastano, l’anarchia del sogno trionfa”. La seconda menzione speciale è stata attribuita all’intenso dramma iraniano Facing Mirrors di Negar Azarbayjani per l’interpretazione delle due attrici protagoniste, Shayesteh Irani e Qazal Shakeri, “perché incarnano, nella naturalezza del quotidiano, l’avventura senza scampo del proprio destino”.

Tra i documentari non poteva non prevalere uno dei migliori prodotti lgbt degli ultimi anni, il memorabile Les Invisibles di Sébastien Lifshitz, “un toccante mosaico di storie che ci riporta in una natura, ambientale ma anche di identità, puntando i riflettori della memoria su un passato oggi più che mai da conoscere e ricordare”. Anche in questo caso la giuria (Muscolino, Pierantozzi, Sagrati, Scarduelli, Soravia) ha assegnato due menzioni speciali, entrambe italiane: ‘Le Coccinelle – Sceneggiata transessuale’ di Emanuela Pirelli e ‘Le lesbiche non esistono’ di Giovanna Selis e Laura Landi.

Stesso discorso per la giuria dei cortometraggi, composta da Lucia Andreucci, Luca Donnini, Pasquale Marrazzo e Giulia Sbernini: il migliore è il frizzante e intelligente Ce n’est pas un film de cow-boys di Benjamin Parent; menzioni speciali allo svedese Undress Me di Victor Lindgren e alla fresca webserie torinese Re(l)azioni a catena diretta da Silvia Novelli, “sitcom originale, scritta, girata e interpretata bene, bella da guardare perché riesce a elevare il linguaggio e gli standard qualitativi di genere. Un progetto di respiro internazionale che porta finalmente sullo schermo un immaginario profondamente italiano”.

Il bilancio di questa 27esima edizione è indubbiamente positivo, con proposte cinematografiche variegate e stimolanti. Mai come quest’anno un festival giovane e sui giovani, e così, sulla nuova generazione queer trasposta sul grande schermo, è possibile fare qualche riflessione consuntiva: la comunità associativa lgbt contemporanea sembra essere sparita e l’idea di gruppo gay è relegata al passato (le suore “gioiose”di Balass). Le storie raccontate sono spesso degli “a solo” in cui l’omosessualità è una questione puramente individuale, che non trova ragione espressiva e culturale in un tessuto comunitario socialmente queer ma attraverso la costruzione identitaria sentimentale e la realizzazione di coppia. Ecco quindi il sensuale Five Dances di Alan Brown che vanta la migliore scena amorosa del festival, un fiammeggiante amplesso sul parquet, arabesque erotico di armonici fiori danzanti, i sinuosi corpi dei bellissimi protagonisti Ryan Steele e Reed Luplau. Abbiamo invece dei dubbi sul rampantismo un po’ torbido della protagonista del non esaltante Cherry di Stephen Elliott che ci è sembrato in assoluta adorazione di questo discutibile personaggio di Lolita carrierista (ben interpretato da Ashley Hinshaw) che per sfondare – sic! – nel milieu porno di San Francisco (si vede il vero Armory Building di San Francisco dove ha sede anche la costola gay della casa di produzione bondage-sadomaso Kink, la KinkMen.com) abbandona al proprio destino la mamma alcolizzata – bravissima come sempre Lily Taylor – e papabili fidanzati che non accettano il suo “disgustoso lavoro” come il bel Francis alias James Franco, scoprendosi poi lesbica e innamorata di una fascinosa regista hard (Heather Graham tutta occhioni sgranati). La spiegazione sta probabilmente nel fatto che la sceneggiatura è stata scritta insieme alla vera ex pornostar Lorelei Lee ed è forse sua la responsabilità dei risvolti quasi agiografici di un algido personaggio moralmente non proprio limpido.

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La grande assente è la tematica dell’Aids che, nonostante i bollettini quotidiani di guerra che parlano di oltre 35 milioni di infetti e più di 800.000 morti solo quest’anno, sembra completamente rimossa dalle nuove generazioni (disinformazione? Incoscienza? Irresponsabilità?) e solo in Cherry si accenna al “test fatto obbligatoriamente a tutti gli attori hard”.

Un grande pregio del Festival Mix è anche quello di avere uno splendido punto di aggregazione, l’ampio sagrato del Teatro Strehler, che offre sempre la possibilità, grazie ai bravi dj di MusicOnTheSteps e a un valido angolo bar, di godersi un momento rilassante fra un film e l’altro, ritrovando amici e conoscenti. Perché un buon Mix è anche un buon cocktail!

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