In Split il disturbo dissociativo di personalità si fa thriller. E c’è del queer

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Da vedere l’inquietante film di M. Night Shyamalan ispirato alla storia vera di un rapitore scisso in 24 personalità.

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Uno, nessuno e… ventiquattro. Sono infatti ben 24 le personalità di Kevin Wendell Crumb, protagonista ‘multiplo’ dell’inquietante e riuscito Split, il nuovo thriller di M. Night Shyamalan, regista che si era un po’ perso e torna qui ai fasti de Il sesto senso con un film claustrofobico e hitchcockiano, sottilmente terrorizzante.

Il film è spirato alla vera storia di William Stanley Milligan (1955 – 2014) detto Billy, criminale statunitense affetto da DID, disturbo dissociativo d’identità, è interpretato da un bravissimo James McAvoy, l’attore scozzese di Espiazione e X-Men. Attraverso un’ampia gamma di sottotoni e senza rendere carnevalesco ogni ‘travestimento’, dà vita a nove delle ventiquattro personalità di Kevin, anche se il film si incentra su cinque di esse: il vero Kevin, il rapitore Dennis, lo stilista gay ipercreativo Barry, la signora posata Patricia e il piccolo Hedwig. Nella realtà, Billy Milligan aveva anche una personalità lesbica, la diciannovenne Adalana, e una omofoba, il delinquente ventenne Philip.

Esattamente come Billy, Kevin/McAvoy rapisce tre studentesse tra cui la sociopatica Casey (Ana Taylor-Joy di The Witch) che riuscirà a comunicare con le varie personalità di Kevin anche grazie a difficili e dolorosi trascorsi famigliari affini. Kevin è in cura presso l’attempata dottoressa Fletcher (Betty Buckley) nel cui studio si alternano le varie personalità di Kevin. Vediamo soprattutto il fantasioso Barry, la cui omosessualità non è effettata ed è una delle personalità più positive e intelligenti. Nel sotterraneo dove vengono segregate le ragazze compare spesso la placida signora Patricia che prepara loro da mangiare: “Ci siamo confrontati sul fatto che James indossasse o meno una parrucca – ha dichiarato il costumista Paco Delgado, lo stesso del transgender The Danish Girl ed apparisse effettivamente come una donna. Alla fine abbiamo deciso che Patricia doveva assomigliare ad un uomo che indossa abiti femminili. La sua testa rasata è come una lavagna vuota in cui solo le espressioni dell’attore portano lo spettatore da un personaggio all’altro”.

Il regista evita il gore sanguinolento preferendo, giustamente, costruire un’atmosfera di pneumatica angoscia che, soprattutto nella prima parte, ricorda il De Palma di Vestito per uccidere e Doppia personalità. Del poli-disturbato Kevin, delle sue ombre (molte) e delle luci in cui si pongono le molteplici personalità quando emergono, non viene accentuato l’aspetto mostruoso – come invece avveniva, per esempio, nel rapitore killer de Il silenzio degli innocenti – ma lo spettatore tende a simpatizzare con lui quando la dottoressa ne esalta le capacità intellettuali (a un certo punto spiega in una conferenza via Skype che una paziente affetta da DID riusciva a scrivere con due grafie differenti, contemporaneamente, con entrambi le mani). Nella seconda parte, quando si scatena la ventiquattresima e pericolosissima personalità della Bestia e prevale l’anima tendente al fantastico di Shyamalan, McAvoy mostra pure muscoli ben torniti. Il finale davvero genialoide ci fa presupporre che potremmo vedere prossimamente un seguito. Sarà Split 2? Da vedere.

 

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