K-11, pulp carcerario prigioniero delle regole di genere

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L'esordio da regista di Jules Stewart, mamma di Kristen, star di Twilight, è un prison movie piuttosto convenzionale con una scatenata Kate del Castillo. Emoziona "Dimmi che destino...

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Deve essere una tipa tosta Jules Stewart, più nota come mamma ipertatuata di Kristen Stewart, adorata neodiva dei vampirelli glam di Twilight, che come "top script supervisor" hollywoodiana, sua professione da più di trent’anni. Eppure un debole ce l’ha, paradossalmente tosto pure lui, ed è per la cucina italiana. Prima di arrivare a Torino cinguettava su Twitter "Pasta for all!" e "Off to Bella Italia" mentre oggi stesso, rinfrancata da un pasto pare soddisfacente dopo conferenza stampa, foto e interviste in tacchi a spillo, postava un tranquillizzante "birra e pasta, è tutto buono!".

La signora Stewart ha presentato al Torino Film Festival, rinfrancato da un aumento di spettatori nel weekend del 12,6% rispetto all’anno scorso, il prison movie senza infamia e senza lode K-11, suo dignitoso esordio alla regia. Certo non un filmetto per anime candide: un produttore discografico piuttosto noto, Raymond Saxx Junior (Goran Visnjic), si ritrova stordito in carcere nel temibile braccio "K-11" destinato a gay, trans e pedofili, controllato a vista da poliziotti per la maggior parte corrotti e più pericolosi dei criminali stessi. Raymond è accusato di aver ucciso una star della musica che aveva contribuito a lanciare nello star system ma lui ha vaghi ricordi di quello che è successo. Il gruppo di malviventi è capeggiato da Mousey (Kate Del Castillo), imperiosa transessuale tatuatissima, ape regina indiscussa nello stanzone comune dove i detenuti dormono tutti insieme in brande a castello ma soprattutto coordinatrice rispettata dello sfrenato spaccio di droga in complicità con gli agenti a cui si concedono favori sessuali, in particolare il mefistofelico tenente Johnson (D. B. Sweeney) che ha un debole proprio per lei-lui.

Pur realizzato in una confezione professionale inappuntabile, ci si aspettava più ironia e più sberleffo in questo pulp gender assai più convenzionale e più "prigioniero" delle regole del genere, in questo caso cinematografico, di quello che vuol far credere: il parterre di carcerati queer è piuttosto stereotipato (c’è la checca parrucchiera che pettina tutti, l’orsone effemminato che spazza in continuazione, la trans matronale popputa) ma non sono nemmeno personaggi, bensì pallide figure in sottofondo; l’unica a rimanere impressa è la rivelazione Kate Del Castillo, energica attrice messicana che si scatena senza risparmiarsi nel ruolo di Mousey, un po’ troppo "femminilizzata", però, per essere credibile come trans ("La prima persona che ho scritturato" ha spiegato la regista). L’unico personaggio approfondito è quello della fragile Butterfly (Portia Doubleday), vittima sacrificale del pedofilo himalayano Detroit, ed è sua la scena più riuscita che è anche la più pulp, con uno sgozzamento da antologia. Così lo spettatore parteggia a senso unico per il povero etero finito lì non si sa perché, il croato Goran Visnjic ex dottorino di E. R., sempre fascinoso anche se qui è costantemente pesto e tramortito. L’esperienza da supervisor di sceneggiature hollywoodiane ha portato la Stewart a scrivere uno script fluido ma piuttosto "ingabbiato" nei codici tradizionali, mentre un film del genere avrebbe giovato di sorprese e divagazioni anche sessuali per sfruttare il potenziale insito nell’anima queer della vicenda. Curiosità: in ‘K-11’ appare anche il figlio della Stewart, l’ossuto Cameron B. Stewart, nel piccolo ruolo del punk-skin tatuatore, il neonazista Sledgehammer. Finale conciliatorio piuttosto prevedibile e nessun applauso alla proiezione stampa.

La prima, vera emozione del festival arriva da un film indipendente italiano presentato in anteprima mondiale, Dimmi che destino avrò del sardo naturalizzato romano Peter Marcias, gran bell’esempio di cinema civile, impegnato e coinvolgente, in grado di affrontare con maturità e serietà il tema attualissimo dell’integrazione dei rom di nuova generazione – ma anche della loro "interazione", come spiega il regista – di fatto italiani ma non per la legge del nostro Paese. Un dramma equilibrato e asciutto (solo 80 minuti senza alcuna inquadratura superflua), con uno stile personale che innesta immagini quasi documentaristiche in un impianto di fiction senza orpelli,  sull’inchiesta di un presunto rapimento ai danni di

una ragazza rom seguito da un commissario di polizia cinquantenne che durante l’inchiesta conosce – e forse se ne invaghisce – un’affascinante gitana, Alina, sorella dell’accusato. Magnifica la coppia di attori formata da un Salvatore Cantalupo, il non dimenticato sarto di Gomorra, particolarmente espressivo in un ruolo colmo di umanità giocato tutto in sottrazione (splendida la scena del primo allenamento dei "pulcini"), e la cinegenica attrice albanese Luli Bitri di cui sentiremo sicuramente riparlare. Appare fugacemente anche un personaggio gay, interpretato da Davide Careddu, di cui non vi diciamo di più per non svelarvi un piccolo colpo di scena, risolto benissimo in due semplici scene che rivelano la forza dei sentimenti di fronte alle discriminazioni sessuali. Dimmi che destino avrò sarà in sala dal 29 novembre, prima in Sardegna e poi nel resto del territorio nazionale.

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