L’omo che ama

di

Una bella coppia di personaggi gay non stereotipati dà un senso allo scolastico melò raffreddato "L'uomo che ama" di Maria Sole Tognazzi. Ottimo Favino e vera rivelazione l'emergente...

799 0

Era ora. Finalmente anche il cinema cosiddetto "mainstream", libero dalle costrizioni economiche degli sperimentalismi underground, si accorge dell’umanità dei personaggi gay e conferisce loro spessore e dignità. È il caso del film italiano che ha inaugurato il terzo Festival Internazionale del Film di Roma, L’uomo che ama di Mariasole Tognazzi. Un’altalenante pellicola sentimentale incentrata sul percorso emotivo di un farmacista che lavora a Torino, Roberto, in lutto amoroso per l’abbandono della sua donna (Ksenia Rappoport, assai avvenente) e in cerca di ricostruirsi casa e famiglia con una bellissima organizzatrice di mostre d’arte contemporanea che però non ama, Alba (una Monica Bellucci meno improponibile del solito).

«Il pubblico di questo film è anche maschile e per la prima volta non ha paura di farsi rappresentare in questo modo» ci spiega Favino, reduce dal set Angeli & Demoni di Ron Howard (per contratto non può parlarne, ahimé). «Se fossi stato diretto da un uomo avrei avuto un rapporto più conflittuale, più muscolare col regista. Non è un ruolo rabbioso, interpreto spesso uomini con una sensibilità mascherata da atteggiamenti più rabbiosi. Anche le donne del film sono diverse dal solito: entrambe hanno una loro forza, una più materna e l’altra meno. Uno dei pregi di Maria Sole è quello di non schierarsi intellettualmente: lei guarda le cose con un atteggiamento intellettualmente onesto». Riguardo al suo film gay preferito Favino non ha dubbi: «Il servo di scena (di Peter Yates, n.d.r.), un capolavoro».

Ma la vera anima di L’uomo che ama è rappresentata dalla solida relazione gay tra il fratello di Roberto, Carlo (Michele Alhaique, molto bravo e curiosamente simile a Fausto Paravidino di Texas), e un brillante studente universitario, Yuri (Glen Blackhall, assai fascinoso). I due ragazzi non effemminati si vedono a letto abbracciati – risatine in sala, ahimé – vivono la loro quotidianità normalmente, si amano come una qualunque coppia etero diventando esempio e modello per Roberto che chiede al fratello consigli su come si vive una storia d’amore (appuntatevi il discorso sugli spazi individuali e sul perché i due preferiscono vivere in case separate). Una bella sottotrama – ma il coming out coi genitori è troppo semplicistico – che puntella la storia principale, più debole e meno emozionante, per un melò borghese, raffreddato nelle atmosfere, purtroppo diretto in maniera un po’ scolastica e anodina, le cui interpretazioni (Favino è davvero abile nel conferire una sensibilità mai patetica al suo personaggio, nel lavorare di sottrazione, nell’esprimere con un movimento di palpebra e di labbra ogni variazione emotiva) sono molto più efficaci del prodotto finale complessivo.

Resta un grande piacere ritrovare una magnifica Marisa Paredes – e non diciamo più almodovariana, non è il caso – capace di rievocare, senza trucco e con massimo pathos, un grande amore finito. Le canzoni di Carmen Consoli contribuiscono a dare un tocco ozpetekiano all’insieme che però fatica a carburare e si incaglia in risacche prolungate in buona parte del primo tempo. Azzeccate le locations: i dintorni delle torinesi Piazza Vittorio e Piazza Carignano, bellissimi e malinconici; i giardini eleganti di Piazza Cavour; la pittoresca piazza Motta a Orta di fronte all’isola di San Giulio dominata da un austero monastero benedettino. Il finale strizza troppo l’occhio a Closer con le sue non linearità temporali, ma è pur sempre un’idea dalle parti dei frammenti amorosi di barthesiana memoria. Ideale per un pubblico che al cinema ama commuoversi (si vergogni chi non sente un groppo in gola alla lettura in ospedale della lettera di Carlo).

Leggi   Buon Compleanno Tobey Maguire: la vita della star di Spider-Man in una gallery

Si può vedere.

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...