LA ‘BOMBA’ DI MOORE

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E' nelle sale italiane Fahrenheit 9/11, documentario scioccante sull'operato di Bush e la guerra in Irak. Rivelazioni, discorsi politici e persino risate per un film da non perdere.

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Sono 1131 i morti americani nella guerra in Irak ad oggi 30 agosto e 6218 i feriti il giorno dopo la vittoria di 103 medaglie d’Oro da parte degli Usa nei Giochi Olimpici. Più di 11.000 i civili morti dal giorno dell’intervento militare. Impossibile dare una stima delle vittime irachene (fonte www.iraqbodycount.net). Tre giorni prima del rischio attentato aereo sul Milano-Miami (con due caccia in volo a controllare) è uscito in Italia in 280 copie sottotitolate il film chiave sulla gestione della guerra da parte di Bush e sul suo presunto broglio per far vincere le elezioni ai repubblicani, ‘Fahrenheit 9/11‘ di Michael Moore, Palma d’Oro a Cannes. Un documentario bomba, fatto per essere discusso, stroncato dai ‘Cahiers du Cinéma’ e ‘Variety’ ma adorato dal resto della critica, campione di incassi negli Usa (più di 100 milioni di dollari) dove Moore è diventato una sorta di rappresentante mediatico dei democratici.

E sicuramente si tratta di un film che non può lasciare indifferenti. Sarà anche di parte, ma la raffica di notizie che Moore distilla nella prima parte del film, la più riuscita e a suo modo divertente, sono documentabili e scioccanti (un dubbio resta sui Bin Laden accompagnati per via aerea il 12 settembre, notizia già in parte smentita). Bush, che la giuria di Cannes ha ironicamente voluto prendere in considerazione per il premio al miglior attore, fa una figura barbina insieme al suo entourage, Rumsfeld e Condoleeza Rice in testa. La scena paradossalmente più comica è quella in cui George W. è in una scuola elementare e gli viene comunicato all’orecchio dell’attentato alle Torri. Lui resta immobile per sette minuti con in mano il libro di fiabe dal titolo ‘La mia capra domestica’. Moore si chiede: a che cosa avrà pensato in quegli interminabili minuti? Dietro di lui si legge benissimo ‘La lettura rende una nazione più grande’. Ironia delle ironie (è la scena gay cult della rentrée vacanziera) ecco la famiglia Bush che tratta coi petrolieri sauditi in osservanza quasi passionale mentre in sottofondo si sentono canzoni d’amore. E scopriamo che tra i membri del Congresso solo uno ha un figlio in Irak.
Ma la vera eroina di questo bel film è un’americana media, diciamo quarantacinquenne, un po’ cicciotta, patriottica all’inverosimile, tale Lila Lipscomb, concittadina di Moore ovvero di Flint, cittadina del Michigan distrutta dalla globalizzazione, ex capitale della General Motors le cui auto ora si fabbricano fuori dagli Usa a basso costo.

Lila è una di quelle casalinghe combattive, attiva socialmente, che difende i sussidi ai disoccupati, ha un marito nero e un figlio morto in Irak. La vediamo andare davanti alla Casa Bianca dove incontra una donna di lingua araba (grande momento, in grandangolo digitale) e piange il suo ragazzo. Lei crede fortemente nella democrazia americana. Arriva lei e il film cambia ritmo e intensità.
Il reportage sulla guerra in Irak firmato Michael Moore è forse più convenzionale, meno potente stilisticamente e narrativamente ma forse più diretto e significativo. Le immagini sono impressionanti: corpi carbonizzati, macellati, amputati. Una donna prega Allah dopo che le hanno distrutto la casa in un quartiere dove abitano solo civili. La pipeline dove scorre il petrolio che deve attraversare l’Irak ed è un po’ il motore di tutto è una sorta di Sacro Graal. La scena aberrante dei reclutamenti di neri nei mall americani da parte di bei tipi in divisa. Già viste? Purtroppo sì. Eppure le cose vanno così e i media americani spesso tacciono.

Moore sarà anche populista e un gran comunicatore, non è certo un grande cineasta ma un ottimo documentarista (Godard ha detto che lui “non fa film ma discorsi” e, aggiungiamo noi, decisamente comprensibili), scrive libri e fa satira in tv, è simpatico e ispira fiducia, è grande quando incontra Bush e si fa insultare con un “si trovi un vero lavoro!” (secondo il New York Post, Bush è stato in vacanza il 42% del tempo dal giorno dell’elezione), non mostra le Torri e ha fatto un film che è costato 6 milioni di dollari e non è stato finanziato grazie a un bingo organizzato a casa sua come il primo film ‘Roger and Me’. I retroscena sono ormai storia: la Disney ha rifiutato di distribuirlo dopo che era stato venduto in tutto il mondo e persino in Albania, i boss della Miramax Harvey e Bob Weinstein preoccupati e intrallazzati che volevano più scene con Moore dentro, Tarantino che a Cannes gli dice nell’orecchio: “Penso proprio che il tuo film sia il primo prodotto per giustificare un discorso fatto all’Oscar” cioè quello pronunciato sul palco dell’Academy dopo la vittoria di ‘Bowling a Columbine’ su armi & paura negli Usa.
‘Fahrenheit 9/11’ è il film da vedere adesso; quelli preferiti da Moore sono ‘Taxi driver’ di Scorsese e ‘Il posto delle fragole’ di Ingmar Bergman.

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