“La classe”: l’omofobia nasce tra i banchi di scuola

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La Palma d'Oro di Cantet è un ottimo film dall'alto valore pedagogico che accenna lateralmente alla questione omofobica. Intanto a Torino se ne parla nella conferenza dell'Iglyo fino...

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Secondo un’indagine dell’Iglyo, l’Organizzazione Internazionale di Giovani e Studenti Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transgender la cui conferenza annuale è in corso fino al 19 ottobre a Torino con la collaborazione di Arcigay, ha di recente presentato al Parlamento Europeo un’indagine che rivela percentuali allarmanti riguardo all’omofobia: il 61,2 % (praticamente due su tre) subisce discriminazioni a scuola, mentre più della metà, il 51,2 % in famiglia e quasi uno su tre, il 29,8%, tra i coetanei. "Questa conferenza si intitola ‘Lo sviluppo di strategie innovative per combattere l’omofobia’" spiega Claire Anderson del direttivo Iglyo "e vuole segnare un passo avanti verso la costruzione di sinergie tra le politiche delle istituzioni, i servizi sociali e il lavoro delle organizzazioni omosessuali". Intanto, sempre a Torino, qualcosa si muove a livello politico: una mozione firmata da Francesco Salinas e Monica Cerutti, capogruppo di Sinistra Democratica, chiede un finanziamento dal Comune per ore di lezione extra nelle scuole medie e superiori al fine di combattere le discriminazioni contro gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Nel capoluogo piemontese la questione omofobia è anche oggetto di studio: riguardo alla ricerca ‘Family matters in Piemonte’, realizzata dal dipartimento di Ricerca Sociale dell’Università del Piemonte Orientale con la collaborazione dell’Agedo – l’associazione genitori, parenti e amici di omosessuali – e la supervisione scientifica di Chiara Bertone, l’assessore regionale alle Pari Opportunità Giuliana Manica commenta così i risultati: "Più della metà delle famiglie intervistate racconta che il proprio figlio è stato vittima di episodi di emarginazione e di bullismo legati alle sue preferenze sessuali". "Nelle scuole superiori parlare di omosessualità è un tabù" aggiunge N. M., delegato torinese dell’Agedo. "Quella parola non si può pronunciare. A volte anche nominarla porta dei guai perché al minimo sospetto i ragazzi marcano quella differenza con fenomeni di bullismo ed emarginazione".

Un contributo all’argomento lo dà lateralmente anche l’ottimo film La Classe di Laurent Cantet (‘Risorse Umane’, ‘A tempo pieno’), vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, una pellicola dall’alto valore pedagogico su un anno scolastico in un multietnico liceo francese di periferia. Tratto dall’omonimo, coinvolgente romanzo di François Bégaudeau uscito in Italia per Einaudi, scava a fondo nel rapporto tra allievi mediamente problematici e il docente di francese (interpretato dallo stesso Bégaudeau, perfetto) senza mitizzare l’ambiente scolastico in versione L’attimo fuggente né demonizzarlo enfatizzandone problemi e carenze. Con uno stile sorvegliato sorprendentemente efficace, a metà strada tra documentario e finzione, Cantet restituisce un microcosmo esemplare – non si esce mai dalla scuola se non per andare in cortile: il titolo originale è infatti Entre les murs, ossia Fra i muri – costruito quasi interamente sul linguaggio, in cui disagio e inadeguatezza sono costantemente percepibili tra ragazzi e ragazze alla ricerca di una propria identità anche sessuale. In una scena all’inizio del film, uno studente particolarmente molesto chiede al professore se è vero che gli piacciono i maschi "come si dice in giro". «In questa scena mi sono comportato esattamente come nella mia attività di insegnante» spiega Bégaudeau. «La maggior parte dei professori avrebbero interrotto bruscamente la discussione o scritto una nota ai genitori. Per quanto mi riguarda, io sono felice che ci siano queste occasioni, perché vi vedo un’opportunità di tirarne fuori qualcosa, comportandomi come Socrate e mettendo da parte le idee arcaiche dello studente in questione. Il contratto egualitario vale anche qui: io posso prenderti in giro, ma devo accettare che in ogni momento si possa essere sarcastici nei miei confronti o anche di essere chiamato ‘finocchio’». 

Se l’offesa peggiore per uno studente maschio resta questo epiteto nelle sue varianti più volgari, un’interessante riflessione sul concetto di ‘diversità’ inteso anche come un’affermazione di sé la fa Arthur, il ragazzo dark che, presentandosi alla classe attraverso una sorta di autoritratto, rivendica le sue scelte in fatto di abbigliamento per opporsi all’omologazione imperante, incontrando però il sospetto generalizzato dei compagni. Tra i commenti dei ragazzi, la vera perla è comunque appannaggio del pacato e solerte studente cinese, il diligente Wei con genitori a rischio rimpatrio, sul vero significato di ‘vergogna’ intesa anche come qualità mancante alle nuove generazioni.

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Un film vero, vissuto, privo di compiacimenti. Da vedere assolutamente.

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