LA DIVINA STRAPAZZATA

di

'Callas Forever' è un film piatto e incolore, salvato solo dalla magnifica interpretazione di Fanny Ardant. Zeffirelli non si rinnova.

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La chiamavano ‘La solitaria di Avenue Georges Mandel’: dodici anni dopo aver abbandonato le scene, il 16 settembre 1977, Maria Callas moriva isolata dal mondo nel suo appartamento di Parigi, a due passi dal Trocadero. Massima voce del Novecento, la Divina rappresenta una delle icone gay più transgenerazionali mai esistite, adorata senza limiti da melomani di ogni età, forse anche per i suoi tormentati amori platonici nei confronti di sublimi artisti omo come Pasolini e Visconti. Non a caso in ‘Philadelphia’ il gay Tom Hanks s’infiamma in un delirio rosso fuoco all’udirla intonar ‘La mamma morta’ dell’Andrea Chénier.

Franco Zeffirelli, suo amico per quasi trent’anni, ha resistito per venticinque dopo la morte (sotto la costante pressione degli studios americani) prima di realizzare il suo film sulla star. Evitando la perigliosa cinebiografia agiografica (ma già si era tolto lo sfizio nell’87 collaborando al documentario ‘Maria Callas: una biografia’), il regista fiorentino ha così deciso di raccontare l’ultimo anno di vita della Divina con un racconto di pura finzione: immagina che un impresario gay suo amico, Larry Kelly, la cui ultima scoperta è un gruppo rock di gran successo che fa la pipì sul pubblico, decida di rilanciarla proponendole una serie di opere filmate e doppiate dalla sua voce dei tempi d’oro, a partire dall’ultimo concerto in Giappone, realmente effettuato nel ’74. Lei, segregata in casa tra alcool e psicofarmaci ad ascoltare le sue incisioni di successo, prima s’indigna, poi è riluttante e infine accetta: registra una sontuosa Carmen in studio, insegna nei Master Class – nella realtà alla scuola Juilliard di New York, propone una Tosca non doppiata, rinuncia poi al progetto pretendendo che anche la Carmen venga distrutta. Zeffirelli e il cosceneggiatore Martin Sherman, autore di ‘Bent’, approfondiscono l’ambiente gay che la circondava facendo innamorare l’impresario (interpretato da un Jeremy Irons invecchiato e col codino) di un giovane pittore mezzo sordo conosciuto all’aeroporto e grande fan della Callas che riuscirà a conoscere la Divina nella sua soffitta bohèmienne dove lei stessa apprezzerà i suoi quadri e in particolare l’uso del rosso, il suo colore preferito.

A trattar del Mito però non si scherza e il risultato è un film senescente, sconsolato, non vitale né vitalistico (ricordiamo comunque che Zeffirelli è quasi ottantenne e Sherman poco più giovane), quasi rassegnato nella sua rinuncia alla nostalgia e al rimpianto. Del passato non si affronta nulla oltre a una foto di Onassis e un accenno al matrimonio di questi con Jacqueline Kennedy.

Zeffirelli è sempre stato un regista abbastanza grezzo e qui certo non si rinnova, eccellendo in piattezza e riducendo le invenzioni registiche a un incipit kitsch all’aeroporto con rock anni Settanta sparato a gran volume. L’unico vero pathos che riesce a trasmettere è filtrato dalla splendida protagonista, interpretata con passione e cura di particolari da un’intensa Fanny Ardant (e il ruolo è stato conteso da ‘cari nomi’ quali Glenn Close, Meryl Streep, Anjelica Huston e per ultima Teresa Stratas). A sorreggere il supporting cast la brava Joan Plowright, vedova Olivier (Laurence, ovviamente) nei panni dell’amica newyorkese Sarah a cui tocca però una delle battute più infelici: "Noi giornalisti non sappiamo fare niente, siamo solo dei vampiri", probabilmente quello che pensa Zeffirelli stesso della categoria. Lo scollamento tra voce e immagine su cui si fondano gli struggimenti della Callas è lo stesso di cui soffre il film: la musica splendida (da ‘O mio babbino caro’ del Gianni Schicchi a ‘L’amour est un oiseau rebelle’ dell’Habanera in Carmen) non supporta le scenette ridicole – un imbarazzante tentativo di seduzione del Don José, un inespressivo Gabriel Garko – né i prevedibili cliché sulle bizze da diva e i cambiamenti repentini d’umore, tra esaltazione e depressione.

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