La soprano trans ravviva la commedia nera “Kill Me Please”

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Zazie de Paris interpreta magnificamente una soprano trans nel film grottesco di Olias Barco su una clinica che pratica l'eutanasia. Una provocazione punk che vira nel pulp e...

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È uno dei trend cinematografici di questo periodo, ed è il tema sommamente rimosso nella società occidentale contemporanea: la morte. Dopo le suggestioni apocalittiche e visionarie del grande Eastwood in ‘Hereafter’, i lutti famigliari magistralmente narrati nell’ottimo ‘In un mondo migliore’ della danese Susanne Bier che ha battuto l’italiano ‘Io sono l’amore’ di Luca Guadagnino ai Golden Globes, la trattazione più bizzarra dell’argomento è appannaggio di una curiosa commedia in bianco e nero ma che più nera non si può: "Kill Me Please", opera seconda dello sconosciuto regista belga Olias Barco.
Con toni grotteschi che ricordano le atmosfere stralunate del primo Ferreri, si racconta di una clinica immersa in un parco montano dove il dr. Kruger (il grande attore francese Aurélien Recoing), apparentemente bonario e integerrimo, dona la ‘dolce morte’ con veleno ai suoi clienti desiderosi di farla finita per i motivi più disparati: l’attore comico bipolare, il malato di cancro che desidera un ultimo rapporto sessuale prima di morire, la studentessa in depressione acuta, eccetera.

Se la fauna presentata è piuttosto caricaturale, un unico personaggio ha un suo profilo originale che le conferisce un certo spessore e, paradossalmente, ravviva la cupa vetrina di disperati: si tratta di una soprano trans giunonica che per un tumore ai polmoni vuole passare a miglior vita non prima di avere organizzato un ultimo concertino proprio per gli ospiti della clinica.
La interpreta con straordinaria aderenza Zazie De Paris, trans anche nella vita, danzatrice per Béjart, attrice di rivista e cantante, meravigliosamente melò quando fa le prove del concerto dietro a una tenda bianca che sembra un velo da sposa, inseparabile dal suo completino leopardato con tanto di borsa in pendant.
La musica non c’è: solo la splendida voce di Zazie riscalda l’atmosfera ed è tutto suo il finale nichilista.
Zazie ha dichiarato che il regista tentò due volte il suicidio dopo che la critica fece a pezzi il suo esordio ‘Snowboarder’ e che le fu offerto il ruolo da un’amica che la chiamò dicendole che c’era una parte per lei ‘in un’opera demente’.

Nel film si riflette – senza gran profondità, a dire il vero – sulla scelta di morire come estremo atto narcisistico, sulla deriva consumistica (un cliente ha preso l’estrema decisione dopo aver perso la moglie a poker), su quanto l’imminenza dell’evento possa far tornare sui propri passi: a un certo punto si cambia registro e si vira verso il pulp, quando misteriosi cecchini prendono di mira la villa e fanno rinascere un istintivo senso di sopravvivenza negli ospiti del maniero che ricorda la vera clinica svizzera Dignitas specializzata in eutanasia di cui parla anche Houellebecq in "La carta e il territorio".
Alla fin fine le singole vicende rischiano di sembrare un po’ aneddotiche e "Kill Me Please", vincitore del Festival di Roma, nonostante un’atmosfera adeguatamente cupa e angosciante grazie a una sofisticata fotografia livida, rischia di risolversi nello sberleffo e nella provocazione punk: onestamente lascia un po’ freddi – ma non Kruger…

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