Liberace ci piace: “Behind the Candelabra” merita un premio

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Straordinario il film di Soderbergh sulla grande storia d’amore fra il leggendario pianista Liberace e il giovane Scott Thorson. Interpretazioni top di Michael Douglas e Matt Damon, nessun...

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Liberace ci piace. È un film molto bello, Behind the Candelabra di Steven Soderbergh, accolto con vari applausi convinti nella Salle du 60ème. Molto bello perché si sorride, si riflette, ci si commuove persino nel toccante finale e non c’è nulla di parodistico né macchiettistico nel raccontare la grande storia d’amore scoppiata nel 1977 tra un giovane ex allenatore di cani, ex-assistente veterinario, Scott Thorson, e una vera e propria leggenda dello show business americano, Wladziu Valentino Liberace, virtuoso pianista di massima celebrità, papà napoletano e madre polacca, che fece una folgorante carriera durata quarant’anni ma fu anche attore, entertainer, scrittore, il più pagato negli States fra gli Anni ’50 e ’70, anche uomo d’affari (gestiva boutiques, ristoranti, persino una catena di motel), morto nel 1987 di Aids. Le sue fortune ammontavano a circa 100 milioni di dollari ed era proprietario di ben 13 ville.

Ciò che rende Behind The Candelabra un’esperienza visiva affascinante non è solo il luccicante côté sfrenatamente camp e kitsch corroborato dagli splendidi costumi di Ellen Mirojnick e dalle scenografie mozzafiato di Howard Cummings: le ville superdeluxe stile pre-Versace e Cavalli non ancora cafonal, i ragazzi d’avvenenza top che sfilavano alle dipendenze di Liberace (siderale Cheyenne Jackson alias Billy Leatherwood, pianista anche lui), i bolidi da strada coloratissimi, le morbidissime pellicce regali, gli immancabili candelabri in cristallo immancabili dai pianoforti.

Attraverso una vera e propria partitura di stili cinematografici, molto elegante, che spazia dalla commedia brillante al dramma famigliare, dal melò gay al thriller giudiziario, il grande regista americano, supportato dalla magnifica sceneggiatura del nominato all’Oscar Richard Lagravenese che ha adattato l’omonimo libro del vero Thorson, oggi 53enne in galera a New York per problemi di assegni falsi, affonda il bisturi nel fiammeggiante legame sentimentale che travolse la vita di Scott e Lee. Ma non rinuncia a una rappresentazione onesta e vitalistica della relazione sessuale, motivo per cui Hollywood ha avuto troppa paura a produrlo, e i soldi sono stati trovati grazie alla tv via cavo HBO: Liberace faceva l’amore anche quattro volte al giorno – ma rivela a Thorson, grazie a un fantomatico ‘impianto’ – e quanto Scott si lamenta perché non escono mai di casa, Liberace lo porta con appariscente pellicciona di visone in un cruising club celato nel retro di un sex shop, mettendo a serio rischio una privacy che difese sempre a denti stretti, fingendosi etero con lo stuolo di fan, soprattutto donne (contro il Daily Mirror che lo definì multifruit, sinonimo di polisex, vinse una causa da ottomila sterline, circa mezzo milione di euro attuali).

E il non rinunciare alla fisicità dei personaggi, spesso in camera da letto e tra i getti ristoratori della jacuzzi golden, oppure sotto i ferri – strepitoso Rob Lowe nel ruolo del chirurgo ‘rifatto’ – per operazioni di rimodellamento plastico al fine di assomigliarsi il più possibile (come Genesis P-Orridge e consorte), aiuta lo spettatore a conoscere l’intimità della coppia gay rappresentata senza ridicoli cliché: l’effemminatezza di Liberace non ha nulla di isterizzato o ‘calcato’ pedissequamente ed è esemplare la caratterizzazione del timido Scott che si dichiara bisex subendo una lenta trasformazione fisica e psicologica per adattarsi alle esigenze da superstar di Lee.

Straordinaria l’interpretazione da premio di Michael Douglas (il suo miglior ruolo dai tempi di Gekko in Wall Street) ma anche un misurato Matt Damon svanisce letteralmente dietro al suo complesso personaggio ed entrambi rendono credibile la passionalità tra un grande artista ‘flamboyant’ avido di vita lussuosa e un ragazzo semplice con genitori adottivi disfunzionali, papà sospettoso e madre remissiva, che in Liberace trovò l’amore ma anche il miglior amico, fratello, padre (eccezionale anche la ritrovata Debby Reinolds nel ruolo di Frances, la solitaria mamma di Lee).

“Vidi Liberace a dodici anni, la villa di mio padre non era lontana da una delle sue. Arrivò in Rolls Royce, mi ricordo gli anelli d’oro e gli altri monili appariscenti – ha dichiarato Michael Douglas in conferenza stampa -. Steven mi propose il ruolo mentre giravo Traffic, poi Richard ha mostrato il libro a Matt con una foto di Scott. È andato tutto molto bene”. Improvvisamente Douglas si commuove fino alle lacrime, e si scusa: “Era subito dopo il mio cancro (alla gola, n.d.r.). È stato un grande regalo, questo ruolo”. “Abbiamo girato come se stessimo facendo un enorme mosaico col naso a pochi centimetri di distanza – spiega Matt Damon -. Ogni giorno potevamo vedere su un sito il girato dei giorni precedenti. Sono due personaggi fenomenali. A letto con Michael Douglas? Ora posso parlarne con chi ha condiviso questa esperienza: Sharon Stone e Demi Moore! E vado fiero delle mie natiche col segno del tanga”. “Oggi siamo in un periodo ‘cerniera’ per i diritti dei gay – spiega Soderbergh -. con la possibilità di sposarsi in Francia, in vari stati americani e non solo. È incoraggiante. Quando ho girato il film non pensavo però alle grandi questioni sociali, ma semplicemente al personaggio di Liberace, volevamo fare un film realista e intimo. Allora c’era molta pressione, bisognava nascondere le relazioni gay. Speriamo che un giorno non sia più così”.

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