“Louise Michel”: il capo ti licenzia? Ci pensano i gender!

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Una stralunata commedia grottesca con due protagonisti transgender: un’operaia assolda un killer per ammazzare il capo fuggito con cassa e macchinari della sua azienda tessile. Eccentrica e anarcoide.

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"Maschio o femmina? Il sesso lo decideranno i padroni!". Se volete distrarvi e vedere un film davvero fuori di testa, eccentrico e nerissimo, cercate subito la stralunata commedia grottesca francese "Louise-Michel" di Gustave de Kervern e Benoît Delépine, una sorta di Ciprì e Maresco transalpini, noti in patria per lavori televisivi umoristici quali "Grolandsat" e "Les Guignols de l’info", celebre tg satirico con pupazzi in gomma.

L’anima metagender di questo caustico e preveggente atto d’accusa contro i boss ladreschi e callidi, corresponsabili della crisi finanziaria ma soprattutto di aver lasciato a casa migliaia di onesti lavoratori, è già nel titolo che accosta i nomi dei protagonisti. Ma evoca anche un’insegnante anarchica francese che si vestiva da uomo, Louise Michel appunto, morta settantacinquenne nel 1905, nota per aver difeso strenuamente i diritti delle donne, fondatrice di scuole libere, rivoluzionaria incarcerata in Nuova Caledonia nelle prigioni maschili dopo aver partecipato alla Comune di Parigi e, forse anche per questo, icona lesbica

Questa mescolanza ibrida di generi sessuali, sempre più diffusi nel cinema queer contemporaneo, si riflette nella trama anarcoide: Louise Ferrand è un’operaia transgender (si chiamava Jean-Pierre), grassa, sciatta e depressa dopo essere stata liquidata perché il boss è scappato con cassa e macchinari della sua azienda tessile in Piccardia, nord-est della Francia, regalando il giorno prima alle dipendenti un nuovo camice con le loro iniziali, tutte tranne Louise, vista l’ambiguità anagrafica! Propone alle colleghe disoccupate di assoldare un killer per eliminare il grande capo mariuolo e trova per caso il maldestro Michel Pinchon, ex-donna (si chiamava Kathy), criminale da strapazzo che vanta omicidi illustri quali John Fitzgerald Kennedy ma non ha il coraggio di sparare a un cagnolino. Inizieranno rocamboleschi inseguimenti in giro per l’Europa – Bruxelles, Lussemburgo, l’isola di Jersey – a caccia del responsabile sempre più "virtuale", nascosto in paradisi fiscali di sorprendente attualità tra offshoring sfrenato e lusso iperbolico

Lo stile adottato dai registi ricorda più l’umorismo acre dell’israeliano Elia Suleiman che la saggezza poetica di Kaurismaki (lunghi piani fissi, gag surreali, apparizioni incongrue) e, anche se rischia di sgonfiarsi a metà film con una successione di scenette fatue che indeboliscono la fragile trama – c’è pure un bizzarro locale gay con lap dancer in perizoma, ma l’idea non è approfondita – ha una sua originalità volta a creare sconcerto e stupore nello spettatore. Ma il vero punto di forza di questo irriverente western sociale è la protagonista Yolande Moreau (era la portinaia di Amélie Poulain), perfetta nella sua goffaggine rassegnata, quasi uno yeti trans mimetizzato da un impermeabile beige, contraltare realista dell’ingenuità pasticciona impersonata dall’infantile Michel, il capace Bouli Lanners. "Il cambio di sesso in realtà non era indispensabile e avevamo girato entrambe le versioni" spiega de Kervern. 

"Poi abbiamo pensato che il cambio di sesso, oltre che un elemento di commedia, esprimesse anche un cambio sociale: entrambi i personaggi sono vittime di un sistema […] Sono dei perdenti o meglio sono persi nel mondo che li circonda, un po’ come è capitato a noi quando abbiamo toccato con mano questa crisi: anch’io ho chiamato la mia banca per capire, ma non sapevano nulla. Gli unici che sanno qualcosa sono coloro che stanno in cima alla piramide".

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Coprodotto da Mathieu Kassovitz che si ritaglia un piccolo ruolo cameo di imprenditore ossessionato dalla purezza della coltivazione biologica, ‘Louise Michel’ ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Sundance e quello per la migliore sceneggiatura a San Sebastian.

Avvertenza: rimanete fino alla fine dei titoli di coda per gustarvi la scenetta conclusiva.

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