Lovers Film Festival: amico, complice o amante del vecchio Togay?

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Ecco perché il Turin International LGBT Film Festival doveva cambiare: l’ha fatto nel migliore dei modi possibile.

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Amori

Il Lovers Film Festival conclusosi al Cinema Massimo di Torino e diretto da Irene Dionisio è andato benissimo, nonostante il periodo infelice (metà giugno, caldo tropicale, persino il Festival Mix di Milano in concomitanza). Eppure c’è chi ha storto il naso: meno gente, meno film ‘popolari’, meno fenomeni camp. Ci stavano, e ci stanno: c’era il cast del doc Pagani di Elisia Flaminia Inno che ballava davanti al Massimo con una Regina della Tammurriata attorniata da dervisci gender – momento magico – e ci sono state, in Lovers Off, due delle più belle feste che si ricordino (ultimamente il Togay scarseggiava, ultimamente, riguardo al Party Concept): il Portafortuna Lovers al Circolo dei Canottieri col mitico dÉbruit francese, progetto futurista dell’illuminato produttore giramondo Xavier Thomas e dj set di Gio&Tonic + Paprika&Daniele, e la Gran Festa di Chiusura Midnight Wedding al Magazzino sul Po, condite col funambolico party extrafestival davvero top al Centralino.

Poi c’erano film davvero per tutti, come il polposo The Pass, il magnifico adolescenziale Heartstone (vincitore del Queer Lion e del Mix), lo strepitoso doc Ne avete di finocchi in casa? del giovane talento Andrea Meroni sulle macchiette gay nel cinema italiano degli anni ’70.

Complici

Riguardo al cambio al vertice, ci sembra che la giovane, talentuosa e creativa Irene Dionisio rappresenti un cambio necessario: ricordiamo che quando c’era il grande Ottavio Mai, in un certo senso la ‘testa’ della coppia Mai-Minerba fondatrice del festival (Minerba è sempre stato il ‘braccio’, e il suo carattere urticante ha sempre reso difficili i rapporti con giornalisti, critici e intellettuali), il suo tragico addio ha lasciato un lascito ripreso da alcuni collaboratori quali l’esperto e acuto Fabio Bo. Quando Da Sodoma a Hollywood ha attraversato il periodo più controverso, quello di Santoro-Oberto alla programmazione, tanto per capirci, cioè un’attenzione praticamente esclusiva al cinema d’autore a volte troppo radicale (ma Santoro e Oberto hanno portato Nolot, Guiraudie, Mendoza, Weerasethakul, Honoré, Rodrigues, Lafosse, Lifshitz, Arrietta, quest’ultimo presente nel programma di quest’anno), il pubblico si lamentava, giustamente. Ma con Irene Dionisio nasce una fase nuova, quasi una rivoluzione antropologica del concetto di cinema queer: dopo il New Queer Cinema nasce forse l’Ultraqueer? Cioè cinema slegato da etichette sessuali, limitanti, categorizzanti ma con una libertà che intreccia la performance e la commistione delle arti (bellissimi i dibattiti con proiezioni video, bravissimi i curatori e programmatori Paolo Bertolin, Daniela Persico, Alessandro Uccelli e Stefania Voli).

Necessario e con la giusta tempistica l’omaggio al grande Paul Vecchiali, di cui si è potuto rivedere C’est l’amour e il nuovo, nostalgico Le Cancre con Catherine Deneuve, la tavola rotonda Omaggio a Tomas Milian, Gian Paolo Caprettini, Sofia Gallo e Domitilla Pirro con le loro FIABE QUEER.

Amanti, passeggeri e selvaggi

Poi, il livello alto degli ospiti: Igor Kochetkov, a capo del Russian LGBT Network, considerato uno dei 100 Top Thinkers al mondo, Yuri Guaiana, l’attivista comasco fermato a Mosca, Piernicola Dortona di Amnesty International; dal lato glam la brava ma poco spontanea Jasmine Trinca (ha bissato una nostra domanda sul personaggio gay interpretato da Alessandro Borghi in Fortunata sostenendo una certa ‘queerness’, tagliata però in fase di scrittura, del personaggio di Edoardo Pesce: ma perché?); la luminescente Eva Robin’s in giuria; la voce dell’amore di Violante Placido.

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Sergej Ejzestejn, presente in spirito nello splendido doc Sergei/Sir Gay in cui si scopre l’omosessualità del massimo maestro russo attraverso i suoi disegni alla Cocteau, i suoi amanti attori nei film (ah, quelle brande sospese nella nave!), quello sguardo queer in nuce – nel dibattito a seguire, sembrava di seguire La corazzata Potemkin vista da Fantozzi: ci è piaciuto solo l’illuminato distributore e produttore Vieri Razzini che ha strutturato un interessante excursus sul cinema gay più ‘occulto’.

Poi, gli italiani: Fabio Mollo, regista de Il padre d’Italia, pronto a generare un nuovo cine-pargolo pare omosessuale; il valente documentarista cagliaritano Peter Marcias col suo profondo Silenzi e parole; Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo col campissimo Varichina – la vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis.

Last, but not least, la musica: George Michael, Prince, Cecilia e la sua arpa.

Tirata d’orecchi: più attenzione ai nuovi prodotti televisivi queer, sull’onda di Netflix; più smarcamento dal festival erotico Fish & Chips, dal nome affine; un incremento dell’entità dei premi in denaro, francamente ridicoli. Consiglio: ripristinare il catalogo cartaceo.

Il figlio del Miracolo

Il cine-bimbo Lovers Film Festival non solo parla già, ma si muove e cammina verso la seconda edizione: lunga vita a chi ama, sempre e ovunque. Irene Dionisio è in partenza per Mosca dove presenterà il suo intenso lungometraggio Le ultime cose. Nel frattempo, a Torino, finalmente, è arrivata la Pace Dionisiaca.

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