Mai dire Gay

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XX Torino Film Festival. Il lesbo-thriller di Brian de Palma. Il primo lungometraggio gay del cinema cingalese. E il documentario dedicato a Ottavio Mai.

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TORINO – «Ma da lassù vedrò la mia vita» scriveva Ottavio Mai, cofondatore col compagno di sempre Giovanni Minerba del Festival Gay di Torino ‘Da Sodoma ad Hollywood’ (era il 1986), eclettico artista romano trapiantato a Torino, poeta, regista, imprenditore, attivista gay. Il XX Torino Film Festival, in occasione del decennale della scomparsa, l’8 novembre 1992, gli ha dedicato un interessante documentario, ‘Ottavio Mario Mai’ di Giovanni Minerba e Alessandro Golinelli in cui si ripercorre la sua attività cinematografica e politica con una toccante cornice su temi più intimi (la mancanza della madre, morta quando aveva due anni, e in generale della figura femminile, la scoperta dell’Aids confidata subito agli amici cari).

Tra immagini semplici di opere sue quali ‘Messaggio’, ‘Inficiati dal male’, ‘Attenzione ai camionisti’, Gianni Rondolino ricorda il suo cinema «povero, fatto con pochi mezzi ma con risultati estremamenti ricchi, capace di esprimere l’interiorità del personaggio», la sua passione per il grande schermo nata dall’esperienza di venditore di bruscolini; Alberto Barbera rievoca il suo «cinema famigliare, fatto di persone fidate, alla Fassbinder», regista che per altro era il suo preferito; per il regista Tonino De Bernardi era il «cinema di un irregolare a cui interessava la vita normale delle persone, con un grande amore per la natura. Non avevo mai visto un Festival così amato come quello gay di Torino, mi fece scoprire Schroeter»; il filosofo Gianni Vattimo ricorda l’esperienza politica del ‘Fuori’, «figlio del ‘68», il suo fondatore Angelo Pezzana la prima rassegna gay organizzata al cinema ‘Artisti’ e una storica partita a calcio del 1980 tra etero e gay (questi ultimi persero per dieci a uno) di cui parlarono molto i giornali. Leo Gullotta sintetizza in una ideale rassegna stampa dell’epoca l’atteggiamento popolare verso i gay: in un articolo del 1975 che titolava ‘L’altra parte’ si sosteneva che «gli omosessuali sono dei nevrotici in correlazione con la schizofrenia», in un pezzo dell’83 per 60 persone su 100 i gay molestano i bambini, nell’86 su ‘Il resto del Carlino’ l’assessore Porcellana, da sempre ostile col Festival Gay, strillava «sono cose da pazzi, vogliono omosessualizzare Torino». Laura Righi, una delle prime trans italiane operate, riporta alla memoria una rivolta simil-Stonewall di 300 trans ma in piscina, a Milano, ai tempi della nascita del Mit, il Movimento Italiano Transessuali.

Accorato, rispettoso e produttivamente corretto, è un necessario atto di ammirata devozione nei confronti di un’importante figura della memoria storica gay (pochi giorni fa è stato fondata a Ivrea un’associazione Arcigay a lui dedicata) a cui va riconosciuto il giusto posto nell’animo, nel cuore e nel ricordo di chi l’ha conosciuto e amato.

Un film di un altro mondo (il Terzo) sembra invece l’opera cingalese in concorso ‘Volare con un’ala sola’ di Asoka Handagama, primo lungometraggio gay della storia di Ceylon, alias Sri Lanka.

In questo bizzarro dramma operaista una donna lesbica che convive con una donna si finge uomo per poter lavorare in un’officina meccanica ma viene scoperta da un dottore obeso con l’hobby di succhiarsi il pollice che la importuna minacciandola di rivelare tutto. Nel frattempo però un collega gay, credendola un uomo, si innamora di lei e quando il loro capo, donnaiolo impenitente nei confronti di tutte le segretarie che assume, ne scopre la vera identità sessuale, la donna viene cacciata e rischia l’esclusione sociale. Ingenuo, infantile e semplicistico come molti sottoprodotti della cinematografia sub-bollywoodiana (cioè i derivati del prolificissimo cinema indiano) testimonia principalmente due cose: che l’argomento sessuale è tabù principalmente a livello sociale, poiché l’intimità famigliare gay sembra descritta come una routine assolutamente normalizzata; e che la povertà estrema di zone come quella descritta dal film (che porterà la protagonista a spogliarsi letteralmente di tutto davanti ai suoi paesani per affermare una sua identità) è il principale ostacolo verso qualsiasi forma di cooperativismo gay e rivendicazione di diritti. Resta comunque un unicum caratteristico che va ad aggiungersi ad un’ideale mappatura del cinema gay internazionale che ormai, per fortuna, non ha praticamente più confini geografici.

Uno scatenato spasso per gli occhi è invece l’ultima virtuosistica fatica del grande Brian De Palma, il rutilante thriller ‘Femme Fatale’ in cui l’autore di ‘Vestito per uccidere’ gioca abilmente con il tema del doppio (dalla doppia identità al binomio sogno/realtà) attraverso il personaggio della seducente Laura Ash (Rebecca Romjin Stamos), ladra professionista che al Palazzo del Cinema di Cannes, durante la Monté des Marches per il film di Régis Wargnier ‘Est-Ouest’ con Sandrine Bonnaire – che in realtà è del 1999 – si spaccia per una fotografa, seduce in una toilette una bellissima attrice bruna (la modella Rie Rasmussen), spogliandola e sleccazzandola contro la porta semitrasparente e con la complicità di un collega nero le ruba alcuni preziosissimi diamanti incastonati in un bustino a forma di serpente. Poi riesce a scappare con la refurtiva, cambia identità, si sposa l’ambasciatore americano a Parigi e ordisce un complesso piano per derubare il marito fingendo di essere rapita da un paparazzo in miseria, tale Nicolas Bardo (un Antonio Banderas gigione che per entrare nella sua suite si finge gay ed effemminato), poi sedotto, abbandonato e soprattutto ingannato dalla pericolosissima blond lady. Intanto le foto che le ha scattato permettono ai suoi ex-complici di ritrovarla. Ma forse è tutto un sogno e persino premonitore… Una magistrale e sofisticata prova di regia (la scena del furto è un capolavoro di ritmo e tensione) che si diverte a stupire con colpi di scena continui, uno strip da Manuale del Seduttore per la bella protagonista e una doppia scena d’azione in un incrocio del quartiere di Belleville a Parigi da far invidia al migliore Tykwer. Prossimamente sarà nelle sale. Da vedere già da ora invece il riuscito thriller ‘Insomnia’, ambientato tra i ghiacci d’Alaska dove il sole non tramonta mai, con la coppia d’assi Al Pacino e Robin Williams (nuovamente nel ruolo del cattivo dopo ‘One Hour Photo’, quasi a volersi liberare della sua immagine buonista). Caso d’omicidio con ricatto, rifacimento di un’omonimo film svedese del 1997 con Stellan Skarsgaard: l’ispettore ha ucciso involontariamente un collega, non l’ha ammesso ma l’assassino ha visto tutto e una poliziotta locale, la Hilary Swank di ‘Boys Don’t Cry’, sente puzza di bruciato e incastra entrambi.

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