La regista Michela Andreozzi e la “pancia in prestito”: “Perchè un rene sì, e l’utero no?”

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Da giovedì 12 ottobre arriva nelle sale italiane 'Nove Lune e Mezza' il primo film, da regista, di Michela Andreozzi.

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In un momento storico dove il coraggio dei registi è un lontano ricordo, arriva il 12 ottobre in duecentocinquanta sale italiane ‘Nove Lune e Mezza’ l’opera prima dell’attrice e ora anche regista Michela Andreozzi.

Il film, friendly quanto basta, gira attorno alle vite di due donne entrambe quarantenni, sorelle e con due modi diametralmente opposti di stare al mondo. Una bella e sfacciata, l’altra timida e decisamente sobria. La prima violoncellista dall’anima rock, la seconda  vigile urbano che ha rinunciato alla laurea per il caro e vecchio posto fisso. La prima con senso materno pari a zero, la seconda con un gran desiderio di un figlio, che però non riesce ad avere, pur provandoci da sempre. E quando comincia a non farcela più, l’altra decide di affittarle, senza scopo di lucro, l’utero. Una dovrà nascondere la pancia, mentre l’altra, tra ansie, gioie e pochi dolori, dovrà fingere di essere incinta. È un viaggio tutto al femminile alla scoperta dei mille modi di essere donna, ma che strizza l’occhio anche al mondo gay, all’omogenitorialità e al mondo maschile che non sempre va di pari passo con quello femminile.

Come ci si sente a poche ore dal debutto?

Come una che deve far vedere il bambino, appena nato, a tutta la famiglia e anche a tutti i parenti più lontani. Un casino. Un bel casino.

Quando la critica lo definisce un film ‘leggero’ ti dispiace?

La leggerezza è un valore molto grande e una qualità bellissima che non dovrebbe mai passar di moda. Visto il tema trattato, se non ci fosse stata un po’ di sana leggerezza, sarebbe stato un film drammatico ed è l’unica cosa che non volevo fare. Che poi, se vogliamo, solo la leggerezza può avvicinare tutti ad un tema così delicato…

Coraggiosa l’idea di portare in scena una tematica come quella dell’utero in affitto…

Non lo chiamerei in affitto, ma piuttosto una pancia in prestito. È una pancia che due donne condividono per amore.

Da dove nasce questa idea?

Nasce dall’idea di raccontare le donne, le famiglie di oggi e la società contemporanea.

Tu saresti favorevole a questa pratica?

Sono contro lo sfruttamento del corpo, ma quando c’è un’offerta spontanea di una donna che ama in un modo incondizionato un’altra persona, dico: perché no! Possiamo donare un rene, perché non prestare l’utero? Nel film, tra le righe, provo a porre una domanda allo spettatore. 

Quale?

Quanto saresti disposto a spingerti per realizzare il sogno di un’altra persona?

E tu saresti disposta a spingerti così tanto?

Non lo so! Non è semplice, e la leggerezza adottata nel film è servita anche come terapia d’urto per evitare giudizi su questo nuovo atto d’amore.

Possibile che una donna si debba sentir realizzata solo ed esclusivamente attraverso la maternità?

Assolutamente no, infatti con questo film ho provato a far capire che le donne possono sentirsi realizzate anche senza figli. Per amor di battuta sembra che le donne, forse per colpa della società, siano nate su questo pianeta solo per figliare come conigli. Che poi, se ci pensi, le donne son sempre madri, con o senza figli. Vedi me: ora sono la mamma di questo film! 

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Che poi com’è dirigere anche se stessa?

(ride, ndr) È stato terribile! Tutti mi sembravano molto più bravi e preparati di me. Però, alla fine, sono contententissima del lavoro fatto.

Nel film, le protagoniste femminili, siete tu e Claudia Gerini. Nella vita reale a chi pensi di somigliare di più?

Senza alcun dubbio a Livia, che è il personaggio interpretato da Claudia Gerini. Volevo che il mio pensiero fosse rappresentato in modo chiaro e perfetto da un’altra persona e io, detto tra noi, mi fido più di Claudia, che di me! Mi sono fatta un regalo, ecco.

L’amore tra due sorelle fino a dove può arrivare?

La sorellanza, acquisita o non, è uno di quei valori che ci tengono in piedi anche nei momenti più bui della nostra vita. Claudia Gerini, ad esempio, per me è un po’ come una sorella. Siamo amiche da oltre trent’anni e la ritengo l’attrice di commedia più brava e bella che abbiamo in Italia.

Che poi, una regista come te, come sceglie gli attori per il suo primo film?

La verità? Li ho scelti tra gli amici! Claudia e Lillo, sono stati i primi. Entrambi entusiasti del progetto e perfetti per il ruolo che volevo cucirgli addosso. Pasotti, invece, è l’unico che non conoscevo, se non artisticamente parlando. Quando lo incontrai, per parlargli del film e per fargli leggere la sceneggiatura, si presentò con delle palle cinesi anti stress e, talmente tanto mi ha folgorato il nostro incontro, che ho confermato lui e le sue palle.

Piuttosto, mi verrebbe da chiederti perché a Max Vado, il tuo compagno, hai dato il ruolo di un uomo gay…

L’ho dato a lui, ma anche al grande Stefano Fresi che sono, nella vita reale, due eterosessuali dichiarati e, soprattutto, certificati! Ho voluto metterli in coppia per raccontare l’amore tra due uomini, adulti. Con loro son voluta andare completamente fuori dagli stereotipi. Loro due, nel film, sono forse la coppia più risolta. Insieme crescono serenamente due bambini avuti in Canada grazie alla pratica della gestazione per altri.

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