MIGAY 2004: ORSI E ALTRI PREMI

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Anche a Milano vince il festival del cinema glbt il thailandese "Beautiful Boxer". Risate per l'italiano "Volevo sapere sull'amore", commovente "Cachorro" su un bear e il suo cucciolo.

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MILANO – Doppio uppercut per Beautiful Boxer. Dopo il Premio Ottavio Mai al Togay ecco la vittoria al Migay. La colorata cinebiografia del(la) pugile(ssa) thailandese Parinya Charoemphol, diretta con mano sicura da Ekachai Uekrongtham, conquista un altro titolo che potrebbe farle raggiungere il ring più importante, quello necessario per approdare nelle sale tradizionali. Tra i corti hanno vinto ex-aequo due lavori in video: l’americano Hummer di Guinevere Turner e il francese Combien? di Laurent Coltelloni e Gilles Tillet. La giuria dei documentari ha invece scelto il canadese Solo di Atif Siddiqi e una menzione speciale è stata attribuita a Ricordare di Gabriella Romano.

La serata di chiusura nella stracolma sala del Cinema Pasquirolo è stata all’insegna delle trame più varie: risate fragorose per una strepitosa Marina Confalone nei panni di una maga napoletana in Volevo sapere sull’amore diretto da Max Croci e scritto da Matteo B. Bianchi. Su Tele Sole Mio l’occhialuta chiaroveggente Apollonia legge i tarocchi e tutti le fanno domande sulle questioni di cuore. Ma quando chiama il figlio, lei non solo non lo riconosce ma resta di sasso quando le fa coming out in diretta telefonica. Pubblico composto prevalentemente da orsi letteralmente spanciato dalle risate. Eh sì, perché il film seguente, Cachorro (Cucciolo d’orso) di Miguel Albaladejo, ha attirato una fauna molto omogenea di bei bestioni grandi e grossi, all’apparenza tutti imparentati: viene da pensare che il sottogenere gay del bear sia uno dei più codificati tra quelli esistenti. A parte la stazza, sono prevalenti barba e baffi, il capello è rigorosamente corto, rasato oppure assente; pochi occhiali (l’orso ci vede meglio degli altri?) e nessuna concessione all’ultima moda in fatto di abbigliamento. E una battuta del film ribadisce: «dicono che siamo tutti uguali, non riescono a distinguerci!».

Chi si aspettava una commedia ‘grossier’ è però stato un po’ spiazzato da un interessante dramma famigliare dai toni molto pacati, dalle parti del cinema realista di Leon de Aranoa. Il dentista Pedro è gay e sieropositivo e si trova a ospitare per due settimane il nipotino undicenne Bernardo perché la sorella hippie è in partenza per l’India. Ma il soggiorno si prolunga poiché la mamma del piccolo viene arrestata per droga e la nonna paterna vuole tenere con sé il bambino. Fa addirittura pedinare Pedro in un luogo di battuage da un investigatore e lo ricatta con foto compromettenti. Papà orso e il suo cucciolo però vanno proprio d’accordo (è toccante vederli a letto insieme) e la loro intesa raggiunge livelli di complicità quasi chapliniana. Una morte improvvisa risolverà la questione. Orsi piacioni? Sì, ma anche responsabili, con un forte senso di appartenenza al gruppo (di amici della stessa ‘specie’, quindi un gruppo comunque chiuso) e affamati di sesso. Due scene in particolare sono girate con maestria: l’attacco febbrile del film, con il protagonista che fa l’amore in un letto in maniera appassionata e quasi bestiale; un’orgia in sauna tra i vapori, mentre è sdraiato placidamente e il suo corpo pieno e rigoglioso viene modellato da mani e bocche avide di piacere. Curiosità: l’ultima inquadratura è molto simile alla chiusura de La mala educación di Almodóvar.

Un omicidio e molto charme, invece, nel brillante vaudeville francese Merci Docteur Rey di Andrew Litvack. Cast da urlo: il doppio premio Oscar per ‘Pallottole su Broadway’ e ‘Hannah e le sue sorelle’ Dianne Wiest, Jane Birkin, Simon Callow e camei d’alta classe di Vanessa Redgrave, Jerry Hall e Nathalie Richard. La Wiest rifà un po’ il verso alla sua Helen Sinclair che nel film di Allen ripeteva sempre: “Non parlare… Non parlare!” ma qui, invece che una diva del cinema interpreta una famosa soprano a Parigi per cantare la Turandot. Il figlio gay (Stanislas Merhar) usa le chat telefoniche per incontrare uomini e dall’armadio della camera da letto di uno sconosciuto assiste a un brutale omicidio. Sconvolto, chiede aiuto alla sua psicologa, la dottoressa Rey, che muore per infarto durante una seduta (come in Che colpa abbiamo noi di Verdone). Un’altra cliente, la doppiatrice francese di Vanessa Redgrave (Jane Birkin che qui non canta), si sostituisce a lei e si rivela poi al ragazzo cercando insieme a lui di risolvere il giallo. Divertimento non banale e punte di cattiveria (la vera Redgrave dà dell’incapace alla sua doppiatrice francese) per un film spassoso e ben scritto che meriterebbe di approdare nel circuito tradizionale.

Tutti potranno invece vedere Prey for rock & roll di Alex Steyermark che uscirà venerdì prossimo, cinebiografia di Cheri Lovedog, leader punk-rock di una band al femminile degli anni ’80, i Clamdandy. Anche qui cast rilevante con la prorompente Gina Gershon (l’indimenticabile ‘butch’ Corky di Bound) e la ‘ferrariana’ Drea De Matteo. Dovremo aspettare l’8 luglio per vedere l’apprezzato Wild Side di Sébastien Lifshitz, il film di apertura del festival.

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Edizione di gran successo per il 18° Festival Internazionale di Cinema Gaylesbico e Queer Culture, con più di 6000 presenze in una settimana e code per assistere alle proiezioni. Complimenti sentiti al tenace presidente Giampaolo Marzi e ai suoi collaboratori a cui va un plauso speciale: mettere quattro film lesbici in concorso apprezzati dal pubblico dimostra che il cinema a tematica saffica è vivo e palpitante. E auguri per il futuro a un’importante manifestazione cinematografica con cronico bisogno di denaro ma finalmente maggiorenne.

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