MORITZ, RE DEGLI ORSI

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Dal Togay, dov'era in giuria, intervista esclusiva con De Hadeln, direttore del Festival di Locarno, Venezia, e per 22 anni di Berlino, dove ha istituito il Teddy Bear...

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TORINO – E’ uno dei massimi guru nel circuito dei festival di cinema internazionali. Un illustre esponente di quel gotha culturale a cui va il merito (e l’oneroso compito) di scoprire gli autori e consolidarne il percorso creativo. E’ il direttore più gay-friendly della storia, capace di ‘allevare’ con cura dalla sua nascita il Teddy Bear, l’unico premio ufficiale dato a film gay in un festival non specializzato, e sostenere un analogo premio al Festival di Venezia, finché una sonora silurata non l’ha cacciato dal trono del Lido, senza nemmeno dargli una spiegazione. E’ Moritz De Hadeln, direttore per sei anni del Festival di Locarno, per ventidue di quello di Berlino e per due di Venezia. Un apolide per vocazione, gran viaggiatore, nato a Exeter in Gran Bretagna da madre rumena e padre tedesco, studente in Italia, Francia e Svizzera dove ha la residenza dal 1986. Lo incontriamo in una hall d’hotel dove si riposa dalle fatiche di membro della giuria di un’edizione record del Togay (+ 10% di spettatori rispetto al 2003, circa 10 mila presenze e un incasso di oltre 24mila euro). Ci concede un’intervista esclusiva. E l’apparente impassibilità teutonica lascia presto spazio a una cordiale affabilità che si illumina di passione cinefila.
Come è nata l’idea di un premio gay a Venezia sul modello del Teddy Bear di Berlino?

E’ venuto Franco Grillini da me. Io a Berlino avevo dato l’appoggio al Teddy Bear, ma è un’iniziativa venuta dalla base. Io gli ho detto: non mi sembra che al Lido ci sia una comunità gay così organizzata… Dovrebbero crearlo loro. Berlino è una grande città… Il Teddy Bear è nato dall’iniziativa di Manfred Salzgeber. I primi anni erano quattro amici in una libreria che avevano deciso di dare questo premio.
E’ sempre stato un premio trasversale?
Sì, dalla nascita. Poi l’iniziativa è cresciuta sempre più e hanno potuto fare quello che fanno ora, uno show ripreso dalla televisione che costa un patrimonio con 4500 spettatori che pagano. Io l’ho sempre appoggiato e un anno abbiamo anche dato dei soldi ma ufficialmente era come il Forum del Cinema, indipendente e parallelo al Festival, con l’avallo e il benestare della mostra.
E la Mostra di Venezia potrebbe creare un premio analogo?
Sono tanti che ci chiedono il patrocinio. Deve venire dai gruppi e dalle associazioni gay, non da un imprenditore o dalla mostra. Il Festival può solo integrarlo, renderlo ufficiale. Il direttore può essere presente, aiutarli, suggerire ma non di più.
Quindi il Teddy Bear è anche merito della comunità gay berlinese?
Sì. Pensi che gli unici che sono riusciti a esportare il Teddy Bear sono quelli del Festival di Kiev in Ucraina dove c’è una comunità molto forte. E’ una cosa stranissima. Dubito personalmente però che a Venezia ci sia un sostegno abbastanza forte per un premio gay e non ci sono le condizioni politiche e sociali.
Ma che cosa è successo esattamente al Lido? E’ stato mandato a casa di punto in bianco come era capitato a Barbera?

Non lo so. I giornalisti hanno chiesto pubblicamente una motivazione. Io l’ho chiesto privatamente a Bernabè. Non è mai stata data una spiegazione. Ci sono tante supposizioni: da Ida di Benedetto arrabbiata perché non abbiamo voluto prendere il suo ‘Rosa Funzeca’, al Vaticano che si è vendicato un anno dopo per il Leone a ‘Magdalene’. Chi lo sa? Comunque Barbera mi ha subito telefonato, Muller non l’ho sentito.
Leggevo sui giornali che si dice che al Lido ero considerato comunista. Non ho mai accettato di essere la marionetta di un ministro. In 22 anni a Berlino non ho mai avuto un politico che si immischiava in quello che facevamo. Ogni cinque anni si rinnovava il contratto, si faceva un’analisi per valutare il lavoro svolto e basta.
Parliamo di cinema gay. Come è evoluto il cinema a tematica omosessuale dal punto di vista di un organizzatore di grandi Festival come Locarno, Berlino e Venezia?

Ci sono vari aspetti della questione. Molti festival gay si sono trovati in una situazione scomoda: registi di una certa qualità come Agustin Villaronga che è qui in giuria cercano prima di mostrare i loro film in grandi festival. Anche produttori e distributori. Il pubblico gay è limitato alla comunità omosessuale. Cercano in ogni modo di far sì che abbiano un’audience più larga, quella tranche di eterosessuali tolleranti e interessati all’argomento. Festival come quello di Torino, anche per mancanza di mezzi, hanno difficoltà ad avere delle prime mondiali. Ciò non vuol dire che la scelta fatta qui, cercando il meglio qui e là, non sia valida e originale. E’ però una questione di marketing. Oggi come oggi c’è comunque una certa marcia indietro rispetto agli anni Settanta e Ottanta, in cui c’era un cinema gay più militante, si cercava più di provocare. Si tende invece, forse per ragioni di mercato, di mostrare situazioni che possano essere accettate anche dai piccolo-borghesi…
Quindi la minore trasgressività e “normalizzazione” del cinema gay influisce anche sulla qualità dei film?
Non lo so. Nel cinema di provocazione militante degli anni Settanta c’erano film di altissima qualità ma considerati “aberranti” per il mercato. Sono rimasti pochi puristi come Rosa Von Praunheim.
Quali altri autori sono i più interessanti secondo lei da questo punto di vista?

Non vorrei neanche fare la critica del tipo ‘bisogna essere estremi per essere buoni’. Il cinema più interessante è ora quello orientale: Wong Kar-Wai, per esempio, ha fatto film a tematica come ‘Happy Together’ di altissima qualità. Anche Ang Lee e il suo bellissimo ‘Il banchetto di nozze’. Il tema gay non è più tabù ma è strano come venga ancora considerato da alcuni un festival importante come quello di Torino: quando ho detto ad alcune persone che venivo qui, non conoscendo la mia storia personale, hanno reagito con una mezza risata, pensavano si proiettassero i film dalle due del mattino. C’è questa tendenza, soprattutto qui in Italia.
Veniamo ai lavori della giuria. Avete premiato ‘Beautiful Boxer‘ ma avete ignorato il grande favorito ‘Walk on Water‘ dell’israeliano Eytan Fox. Non vi è piaciuto?
Non potevamo dare premi a tutti. C’erano diversi film interessanti. Posso solo dire che la tematica gay in ‘Walk on Water‘ non è al centro del film. Uno dei criteri che abbiamo utilizzato è stato appoggiare i film più centrati su questa tematica. C’è poi un altro problema. E’ una mia opinione personale ma c’è un’ambiguità nel personaggio principale. Oggi Sharon si permette di ammazzare chi vuole, non lo fa con una siringa (come Eyal, protagonista di ‘Walk on Water’, n.d.r.) ma lo fa con un elicottero. Sono dubbioso sul piano del contenuto. E anche il finale non mi è piaciuto.
E che cosa vi ha conquistati di ‘Beautiful Boxer‘?
E’ un film estremamente ricco e complesso. E porta anche un messaggio molto importante: in certi luoghi i gay si fanno attaccare e ammazzare dai neofascisti. ‘Beautiful Boxer‘ dimostra che si può essere forti e reagire. In una chiave moderna mi ricorda ‘Stonewall’: la rivolta che prova la capacità dei gay di difendersi, non sono mica uomini deboli.
Qui forse la rivolta è ancora più forte, perché il protagonista ce la fa da solo e non ha bisogno del sostegno del gruppo…
Sì, è un’analisi molto rigorosa della conquista, passo per passo, della propria libertà.
E gli altri premiati?

Ho adorato ‘Dancing‘. Un film di regia fatto da tre registi che ha comunque un’unità di stile e un linguaggio moderno abbastanza stupefacenti. Le giurie comunque danno un’opinione, abbiamo lavorato molto onestamente facendo quattro o cinque riunioni.
Che cosa avete apprezzato di ‘Ein Leben lang kurze Hosen tragen‘? (‘Il ragazzo che non sono mai stato’ di Kai S. Pieck, premio speciale della giuria ex-aequo con ‘Dancing’, n.d.r.)
Il soggetto in particolare è piaciuto molto.
La vittoria di un film asiatico conferma la vitalità del cinema del Far East. A Cannes ci saranno ben sei film in concorso. Che ne pensa?
Sì, e non tanto quello cinese. Finalmente dopo cinque anni arriva ‘2046‘ di Wong Kar-Wai. Ne ho visionato venti minuti. Materiale favoloso, di incredibile qualità. Più fantasioso e fiabesco di ‘In the mood for love‘. Chissà poi se quello che ho visto ci sarà nel film terminato! La produzione più interessante è quella coreana, un vero boom produttivo…
Sì, ben due film in concorso sulla Croisette…
I film americani, invece, stanno calando un po’… è un cinema di routine che si ripete un po’… non è facile trovare film d’autore interessanti…
Variety ha definito Cannes “un ghetto per artisti”, che ne pensa?
E’ quella la funzione di un festival! Non bisogna appoggiare solo un prodotto commerciale anche se bisogna tener conto delle realtà produttive.
E il primo film tedesco in concorso dopo tanti anni, ‘Edukators’ di Hans Weingartner?
Non l’ho visto ma in Germania sono rimasti stupiti che sia stato scelto questo e non il film di Schlöndorff che sembra sia pronto o un altro film sugli ultimi giorni di Hitler… Vedremo, sarò anch’io lì a fare il reporter per RaiSat Cinema World.
Un consiglio agli organizzatori del Festival Gay da un collega?
I loro problemi sono molto legati ai soldi. Non hanno le possibilità economiche. Fanno comunque il meglio possibile. Sulla selezione dei film non ho nulla da eccepire. Hanno preso da Venezia un film a cui tenevo molto, ‘Le soleil assassinè‘ (di Abdelkrim Bahloul, n.d.r). Forse ci vorrebbe un po’ più ‘il coraggio della presenza’: ci vorrebbero manifesti più visibili, più gay, non lo chiamano neanche festival gay ma “a tematica omosessuale” come se uno avesse paura della propria sessualità e della propria differenza.
Ultima domanda. Il suo film gay preferito?
E’ una domanda difficile… Ho selezionato a Locarno ‘Sebastiane‘ una copia in bianco e nero e sono rimasto affascinato. Quando l’ho rivisto a colori mi è piaciuto meno… Mi viene in mente un altro film che avevo scelto per Locarno con una scena d’amore tra due uomini di 15 minuti… Mi piacevano molto i film sperimentali di Jonas Mekas, trovo un capolavoro ‘Morte a Venezia’.

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