‘NICHI’ NON E’ NEMMENO GAY

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Nel brutto documentario di Arcopinto su Vendola non si accenna neppure all'omosessualità del politico. Un'occasione perduta che non rende giustizia al personaggio. Che senso ha?

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L’idea di partenza è nobile: fare un documentario su Nichi Vendola, vera rivelazione delle ultime politiche, personaggio sfaccettato e originale, presidente progressista di una regione del sud, la Puglia, che molti si immaginano ancora conservatrice e arretrata. È nato così ‘Nichi‘, breve documentario (63’) prodotto e diretto da Gianluca Arcopinto, autore indipendente che si sta ritagliando un suo spazio nella rete distributiva italiana con piccole opere d’essai spesso autofinanziate.

Distribuito in una dozzina di copie in sei città (Torino, Roma, Lecce, Tricase, Corato e Latiano), è stato presentato nel capoluogo subalpino alla presenza del soggettista Alessandro Contessa che ha raccontato: «’Nichi’ è nato alla Fiera del Levante dove sentii il primo discorso di Nichi Vendola. Da lì mi è venuta l’idea di fare un documentario su di lui. Nichi è molto dispiaciuto di non essere qui».

Lo stesso Vendola, infatti, doveva essere presente alla proiezione ma impegni istituzionali lo hanno trattenuto in Puglia. «Cari amici, avrei voluto essere lì, a Torino – ha spiegato in un messaggio – anche per fuggire dalle troppe responsabilità che mi inseguono. Avrei voluto condividere con voi, nello spazio di una ‘pausa’ cinematografica, le emozioni che hanno segnato il recinto della mia identità e della mia vita. […]

Putroppo i capricci e gli zig-zag del destino mi hanno catapultato addirittura nel Palazzo del Potere, laddove la mia cifra evangelico-pasoliniana mai mi avrebbe collocato. Questo è il paradosso della prova che sto vivendo: abito un luogo che ho sempre osservato con ontologica estraneità. E talvolta questo luogo mi trattiene, mi stringe, come in una cella. Per questo stasera non ci sono, e perdo il piacere di annusare la primavera torinese e di abbracciare molti di voi. Ma è un’assenza solo temporanea. Fingete pure che sia un ritardo. Vi parlerò dallo schermo. Mentre scrivo sento il rumore del mare, lo vedo dalla finestra del mio ufficio, a volte inspiro salsedine: sono i sapori del Mediterraneo, della Puglia. Da questa terra vi saluto con tanto affetto».

Costruito come un’unica lunga intervista inframmezzata da immagini di repertorio (l’ultimo comizio di Enrico Berlinguer del 7 giugno 1984 a Padova, l’invettiva di Moravia al funerale di Pasolini, il comizio d’apertura di Nichi Vendola a Bari del 19 febbraio 2005), ritrae il protagonista mentre racconta la sua idea di politica («Berlinguer era un testimone austero appassionato di tempi di cambiamento»), le sue riflessioni sul destino del comunismo («Pensavo: se muore il PCI chi difenderà gli scugnizzi?»), il suo progetto di rivalutazione delle periferie, il rispetto per i bambini («Bisogna capire che sono già esseri completi»), i ricordi famigliari («Le zie mi chiamavano Nikita»), l’apertura di certa chiesa come l’accoglienza a braccia aperte dell’episcopato di Molfetta. Se le intenzioni sono buone, è però deludente la pochezza delle fonti, il mancato approfondimento della figura di Vendola (sembra un lungo spot elettorale in cui le sue dichiarazioni sono spesso a rischio trombonismo), nessun intervento esterno per dare un giudizio obiettivo e super partes.

Ciò che lascia davvero interdetti, però, è la totale rimozione di tutto ciò che è il Nichi Vendola omosessuale che poteva invece essere uno snodo narrativo estremamente interessante, soprattutto se messo a confronto col Vendola fervente cattolico. Invece no, neanche una parola. Che senso ha un’operazione del genere? L’omosessualità di Vendola non è forse fondamentale per fornire un ritratto a tutto tondo del politico e del suo successo elettorale?

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Segue al film un cortometraggio di otto minuti, ‘Chiamatemi Nichi‘ di Filmon Agguajaro in cui si vedono stralci della vittoria elettorale di Vendola e qualche momento famigliare: sembra quasi un voler integrare la pochezza del documentario con altre immagini senza alcun raccordo significativo. Persino il flano, con quel bambino in primo piano è ingannevole: dà l’idea di un classico biopic che ripercorre dall’infanzia la vita del protagonista.

Un’occasione perduta che non rende giustizia al personaggio Vendola.

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