NON MI IDENTIFICO CON QUESTI GAY!

di

"Dopo anni di attivismo, di visibilità, di integrazione, mi chiedo: perché battersi per questa comunità?". La Jena: "hai ragione, ma sappi: nessuno può rappresentarti oltre a te stesso".

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Cara Iena,
le mie parole vogliono essere la constatazione di un disagio profondo.
Ho 28 anni e sono un ragazzo fortunato. Ho investito la mia vita in quello che mi piace. La mia solida famiglia finalmente sa della mia omosessualità. Conosco l’amore, ne mantengo sulle labbra l’incanto del primo incontro. Sin dal primo giorno di consapevolezza della mia omosessualità non mi sono risparmiato nello spiegare a me stesso e agli altri il fatto che fossi gay, il valore delle aspirazioni della comunità omosessuale, consapevole che pari dignità significa normalità senza emulazione, integrazione sociale, coscienza civile, piena conoscenza e totale rispetto delle dinamiche affettive e sessuali così dell’individuo come della coppia omosessuale. Ho vissuto, in questi pochi anni, alla luce del sole; cercando disperatamente modelli sociali di riferimento ho inavvertitamente contribuito io stesso a crearli non nascondendomi, facendo proseliti di me stesso, del mio ragazzo, del mio amore omosessuale, della maturità definitiva della mia sessualità. Ho maturato e custodito gelosamente l’aspirazione all’esposizione pubblica della mia omosessualità, l’ambizione a imbracciare le armi della persuasione per condividere una battaglia civile e sociale, per i diritti e i bisogni di tanti uomini e tante donne. Tutto questo al prezzo di laceranti dilemmi, discussioni infinite con interlocutori non sempre adeguati, dolorosi equivoci.
Oggi, dopo tutto questo, mi chiedo: come posso espormi, sostenere battaglie in nome di una comunità nella quale (o per lo meno nel cui modo di rappresentarsi) riesco sempre meno a identificarmi? Bada, non credo affatto di essere una risorsa indispensabile alla causa, ma sono convinto che ogni persona che rinunci a vivere il “secolo” coltivando la propria sessualità nel recinto dell’ombra “perché così è più facile”, rappresenti una sconfitta clamorosa per tutti quanti.
Prendo spunto da un articolo pubblicato su questo sito nel quale ancora una volta si insiste sul fatto che gli omosessuali sarebbero “promiscui o se preferite più generosi sessualmente”. Ecco, io non mi sento parte di una comunità che continua ad autodefinirsi e ad autorappresentarsi come promiscua, bella e giovane. Certo rimane il fatto che la grande maggioranza degli omosessuali pratica una sessualità promiscua; sulle cause di questo ci si può anche interrogare con pragmatica serenità.
Detto questo se la vita gaia deve continuare a identificarsi essenzialmente con questo tratto mi chiedo cosa debba essere del destino di quei gay monogami che non si sentono rappresentati da nulla – o quasi – oggi in questa comunità.
Conosco tante persone, e tra queste Michelangelo, Matteo, Francesco, Giuseppe, mio cugino Giovanni (!!), Manuel, Alessandro (quello di Napoli e quello di Torino); non astrazioni, ma persone concrete, che (più o meno) gaiamente promiscue magari lo sono state ma che ora non lo sono più. Spesso molti di coloro a cui chiedo di sostenere con me l’assurdità dell’opinione che l’omosessuale in quanto tale sia promiscuo, che lo sia ontologicamente, per tutta risposta mi accusano di voler esprimere un giudizio, o un pregiudizio, morale. Che disperazione!
Eppure non amo i giudizi di valore e non ne chiedo ai miei interlocutori. Non credo che la promiscuità sia in sé un disvalore; non intendo fare della coscienza omosessuale una religione laica puntellandola di nuovi dogmi. Non emetto sentenze, cerco un’identità, tanto più vera quanto più rispettosa della propria stessa complessità.
Ti ringrazio per la tua attenzione.
Giuseppe
P.S. La maggior parte delle persone che cito ha letto questa lettera e la firma in spirito sottoscrivendola idealmente. Tra essi sono particolarmente grato a Matteo e ad Alessandro per la loro affettuosa intelligenza delle cose.

Carissimo Giuseppe, per quanto possa valere, voglio dirti che la penso come te! Spesso provo lo stesso disagio che mi dici provare tu.
E la stessa cosa ti assicuro la provano tantissimi miei amici, conoscenti, persone conosciute per lavoro, incontrate per un attimo in un aeroporto, in un ristorante, in un locale. Ma allora mi chiedo: dove sono tutte queste persone quando c’è bisogno di farsi sentire come UNA comunità? quando è necessario alzare la voce? dove sono quando servirebbe compattezza per il bene di TUTTI? e guarda bene non intendo politicamente! ben vengano opinioni diverse, ma cavolo esprimetele queste opinioni, fatele sentire!! non solo “dopo” per criticare quei pochi che hanno avuto il coraggio (o la follia) per farsi avanti e fare qualcosa! Voglio precisare che “quelli che si fanno avanti” non li considero degli eroi, dei martiri della causa. Assolutamente no. Credo che si esporrebbero anche fossero gli unici a farlo, fa parte della propria personalità, della propria coscienza.
Ho riflettuto molto su queste cose Giuseppe, e sono arrivato alla conclusione che purtroppo non si può (e non si deve) aspettarsi molto dagli altri. Nel senso che tutto quello che arriva, o meglio, che può arrivare, va preso come grazia ricevuta. L’Italiano è fatto così, gay o etero che sia, individualista, protagonista a tutti i costi, pronto a coltivare il proprio orticello senza pensare a quello del vicino. Una volta a posto lui, a posto tutti. Non possiamo fare paragoni con altri Paesi, con altre culture. Per esempio gli stati Uniti d’America che certo non prendo ad esempio come stato modello (con questo presidente poi…) ma sicuramente per la comunità omosessuale in quel Paese è più facile farsi sentire, rispettare. E sai perché? perché al momento giusto TUTTI sanno fare un passo indietro nell’interesse generale per trovarsi sotto la stessa bandiera. Poi, una volta risolto il problema, ognuno torna ad evidenziare le (giuste e sacrosante) differenze che ci sono. Qua anche solo per organizzare un Gay Pride, per esempio, si deve mettere d’accordo centinaia di comitati, sottocomitati, circoli e circolini, correnti e presidenti, segretari e portaborse. Chi è d’accordo, chi no, chi trova il Gay Pride una baracconata, chi lo trova l’unico modo per farsi sentire, chi vuole il carro rosa, chi il carro grigio, chi vuole i comizi, chi solo concerti, chi vuole tutti vestiti D&G, chi tutti in giacca e cravatta, chi non vuole i trans, chi non vuole gli etero, chi non vuol fare arricchire “gli altri”, chi non partecipa se non dietro compenso, chi non partecipa se non gli garantiscono che tromberà, chi non vuole trombare, chi vuole drogarsi, chi vuole solo bere, ecc ecc e ti sembra facile??!!! eh no, proprio no… Facciamo “nel nostro piccolo” lo stesso squallido gioco dei partiti politici che ci (dovrebbero) rappresentare, di TUTTI i partiti politici. Risultato: nessun risultato.
Attenzione però: questo non vuol dire doverla pensare TUTTI allo stesso modo, assolutamente no! vuol dire che magari, a volte, cercare di capire anche le istanze altrui, le strategie di tutti può servire a portare avanti anche le nostre istanze le nostre strategie. La cosa più curiosa è che di solito chi si lamenta, chi non è d’accordo con niente è la stessa persona che non ha mai fatto un cazzo per nessuno!! e che quel poco che si ritrova lo deve esclusivamente a chi si è fatto avanti anche per lui o lei!!! Tutto questo te lo dico, caro Giuseppe, solo perché credo che, almeno per il momento, chi ti possa rappresentare (ammesso che sia necessario, che ce ne sia bisogno) sei solo ed esclusivamente tu. Amaro, triste, ma drammaticamente vero.
Un bacio a te ed ai tuoi amici.
Fabio

di Fabio Canino

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