“Oltre le Colline”, l’amore lesbico sfida quello divino

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Esce in Italia il rigoroso dramma d'autore rumeno di Cristian Mungiu pluripremiato a Cannes sull'esorcismo (vero) ai danni di una donna lesbica in un convento moldavo. Protagoniste straordinarie.

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All’ultima edizione del Festival di Cannes, una delle più piatte e meno stimolanti degli ultimi anni, l’unica vera rivelazione sono state le giovani Cosmina Stratan e Cristina Flutur, due attrici esordienti rumene che hanno sbaragliato dive del calibro di Nicole Kidman e Marion Cotillard aggiudicandosi un meritatissimo Prix d’interprétation ex-aequo per un avvincente dramma d’autore lesbico ambientato in un remoto monastero moldavo, Oltre le colline di Cristian Mungiu, in uscita nelle sale italiane.

Il rigoroso regista quarantaquattrenne, già Palma d’Oro per lo scabro 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, adatta per lo schermo due romanzi della conterranea Tatiana Niculescu Bran, giornalista di BBC World a Bucarest, focalizzati sulla ricostruzione della storia vera di un esorcismo avvenuto nel monastero ortodosso di Tanacu nel 2005 ai danni di una donna andata a far visita a una suora e morta in circostanze misteriose dopo qualche settimana. Nella versione cinematografica, l’ipersensibile Alina raggiunge dalla Germania l’unica persona che abbia mai amato, la rassegnata Voichita, che nel frattempo ha preso i voti e vive in uno spartano istituto religioso nella campagna moldava dove porta Alina, ormai incapace di separarsi nuovamente dalla sua Voichita. La straniera viene mal vista dalle consorelle, soprattutto per lo stretto legame con Voichita, e in particolare viene ostracizzata dal dogmatico Pope locale (Valeriu Andriuta) al punto da essere sottoposta a un esorcismo perché considerata posseduta dal maligno.

La bravura della magica coppia Stratan-Flutur sta in una fluida naturalezza estremamente espressiva, non filtrata da particolari tecniche recitative, in grado di rendere appieno sullo schermo le sottili sfumature di due personaggi assai ben costruiti (la sceneggiatura firmata dal regista stesso ha vinto a Cannes il Prix du scénario). Emergono così in maniera cristallina sia la compostezza razionale a limiti dell’indifferenza di Voichita, che cova però un forte disagio per l’impossibilità di esprimere i suoi sentimenti per Alina, e l’emotività senza filtri di quest’ultima, portata a somatizzare con effetti disperanti le pene d’amore e il senso di frustrante isolamento. La passione lesbica non viene tratteggiata né con morbosità né attraverso accenni sessuali a rischio di voyeurismo (così un innocuo massaggio si carica di inaspettato e apparentemente sopito erotismo) e, anzi, la sfida etica con l’amore divino che si trova a fronteggiare gli attribuisce ancora più forza e purezza spirituale (l’ossessione per ciò che è sporco, moralmente o no, è un filo rosso del film, come dimostra anche l’ultima inquadratura).

"Sapevo che sarebbe stato difficile trovare le attrici – spiega Mungiu -. Avevo bisogno di attori che potessero dare l’impressione di essere gente semplice, poco istruita, originaria della campagna e, soprattutto, molto religiosa. Al casting abbiamo provato vari dialoghi. Ho chiesto a Cristina Flutur di interpretare il ruolo di Alina dopo aver visto una sua foto trovata su Internet".

"La decisione di scegliere Cosmina Stratan è avvenuta dopo un provino che era stato fatto in mia assenza – continua il regista – durante il quale aveva cominciato a piangere: la scena non prevedeva obbligatoriamente un tale approccio, ma l’emozione che poteva suscitare e trasmettere era impressionante!  Ho saputo più tardi che entrambe sono di Iaşi, la mia città natale, come d’altra parte la maggior parte degli attori che abbiamo scelto. Penso che ciò abbia a che fare con un modo di esprimersi che io considero ‘naturale’. Abbiamo girato migliaia e migliaia di metri di pellicola, facendo anche quaranta ciak per una singola scena."

Non lasciatevi spaventare dalla durata del film, ben due ore e mezza, poiché se si riesce a ‘entrare’ nella storia raccontata si viene coinvolti fino alla fine metabolizzando anche uno stile austero fatto di lunghe scene dialogate e camera mobile ma calibratissima. Mungiu non giudica le religiose, non fa paternali, evita ogni eccesso melò e la sua ricostruzione sembra quasi documentaristica poiché l’immedesimazione delle ottime attrici sembra frantumare il muro sottile che, garantendo credibilità allo spettatore, separa realtà e finzione.

Da vedere.       

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