Oscar: “Shame” e “J.Edgar” ignorati, puntiamo su Plummer

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Delusione per il difficile film di Eastwood e il dramma d'autore diretto da McQueen. Tra i non protagonisti, "Plummer" in pole. Candidate Glenn Close e Janet McTeer. Due...

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Shame e J.Edgar completamente a secco. Sono le uniche vere

sorprese delle nominations agli Oscar. Shame troppo ardito per l’Academy? Troppo avanti? Troppo autoriale? J. Edgar troppo "raccontato", troppo misterioso, troppo incentrato sulla mirabile interpretazione di DiCaprio? Certo è che se si voleva dare una "rinfrescata" agli Oscar, l’occasione è andata perduta. Fassbender non rilascia commenti: la sua agente dice che è "in attività frenetica", speriamo sul set o magari a consolarsi in altro modo. Sicuramente è una doccia gelida per lui, ed è arrivata tra capo e collo. Michael non era nemmeno nudo: sicuramente il vestito per la "serata della sua vita" ce l’aveva, perlomeno in mente. Il regista Steve McQueen, a questo punto, si renderà conto di essere perlomeno "a rischio sopravvalutazione". DiCaprio sarà ancora lì che guarda in tv le immagini della Costa Concordia. Tant’è.

Una novità però l’abbiamo trovata, nel rito un po’ stanco dell’annuncio delle potenziali statuette dorate: si tratta della scoperta dell’attore messicano Demián Bichir, candidato tra lo stupore generale come miglior protagonista per il dramma A better life di Chris Weitz (La bussola d’oro) nel ruolo di un giardiniere che cerca di salvare il figlio dalla criminalità losangelina. Per il resto, routine: titoli "stracotti" già segnalati altrove, tranne il nono candidato come miglior film, annunciato all’ultimo (dovevano essere prima dieci e poi otto), cioè Extremely Loud and Incredibly Close di Stephen Daldry (Le ore) sulla tragedia dell’11 settembre vista dagli occhi di un bambino autistico. Un dramma con Tom Hanks in cerca di riscatto artistico che è tratto dal bestseller di Jonathan Safran Foer e sarà presentato alla prossima Berlinale.

In testa abbiamo Hugo, il fantasy in 3D di Scorsese, con undici nominations, tratto da Selznick, e il quasi muto francese The Artist di Michel Hazanavicius con dieci, rivelazione al Festival di Cannes dove il protagonista Jean Dujardin si aggiudicò il premio d’interpretazione. Seguono, a distanza, con sei nominations ciascuno, War Horse di Spielberg (miglior film e cinque nominations tecniche) e Moneyball di Bennett Miller (film, attori Pitt e Hill, montaggio, missaggio sonoro nonché sceneggiatura non originale). The Descendants di Alexander Payne è lì, pronto a scavalcarli, con cinque segnalazioni: il caro vecchio George corre sia come protagonista che come cosceneggiatore di Le idi di marzo.

Tra gli attori protagonisti, la testa di serie Dujardin dovrà vedersela, oltre a Bichir, proprio con Clooney ma anche con Pitt e Oldman; tra le signore, la regina Meryl Streep verrà probabilmente applaudita dalle damigelle Davis, Mara e Williams – sarebbe il terzo Oscar alla diciassettesima nomination! – mentre l’agguerrita Glenn Close, incarnatasi miracolosamente nella lesbica-maggiordomo di Albert Nobbs, concorrente anche per il miglior make up e per la non protagonista Janet McTeer, imbianchina lesbo, le darà del filo da torcere.

Tra i non protagonisti il papà gay Christopher Plummer e la sopraccitata McTeer hanno praticamente la strada spianata: vi sembra che Branagh, Hill, Nolte,von Sydow, Bejo, Chastain, Spencer e McCarthy possano rappresentare un problema? Certo, forse von Sydow potrebbe fare uno sgambetto al "compagno" di lungo corso Plummer, ma tra vecchi signori si risolverebbe semplicemente in un: "Passi pure, posso aspettare".

Madonna "buca" invece la nomination col suo Masterpiece, fresco di Golden Globe: l’Academy ha scelto due soli titoli da film d’animazione, Man or Muppet dei "Muppets" e Real in Rio dal 3D Rio. Per il resto calma piatta: Melancholia di Von Trier deve aver spaventato l’Academy per la complessità e l’indecifrabilità (ma la Dunst non nominata è uno schiaffo al Festival di Cannes, semplicemente) e lascia spazio all’esemplare Una separazione di Ashgar Farhadi, candidato come miglior film straniero e per la sceneggiatura originale: giustissimo. Due delusioni: il notevole Drive si accontenta del montaggio sonoro, Carnage non è pervenuto.

L’Italia si può accontentare con la nomination agli scenografi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per Hugo di Scorsese e quella del newcomer Enrico Casarosa per il corto d’animazione Pixar La Luna. L’unica vera oscenità delle più brutte nominations degli ultimi anni? Il tremendo vestito nero/indaco di chi le ha presentate, la rivelazione di The Winter’s Bone, Jennifer Lawrence: probabilmente aveva lasciato qualcosa nel forno, e non aveva fatto in tempo a cambiarsi. Tra 33 giorni il pranzo è servito per la nona volta da Billy Crystal: le portate, purtroppo, già si sanno.

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