PALMA ‘DOC’ E UN PREMIO GAY

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Istantanee da un festival un po' politico, un po' noioso. Premiato il documentario anti-Bush di Michael Moore, i film gay vanno maluccio: l'Occidente li raffigura perversi. Ma a...

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Chissà se Michael Moore ha visto un film americano passato con successo di critica al Tribeca Film Festival, Poster Boy di Zak Tucker, su un senatore di destra in difficoltà per la rielezione e in conflitto col figlio gay. Oppure, alla Quinzaine, il documentario autobiografico omo Tarnation (Dannazione) di Jonathan Caouette prodotto da Gus Van Sant e John Cameron Mitchell, girato in video, costato 218 $ e definito dal critico Roger Ebert “potente e straziante”.

Sicuramente gli sarebbero piaciuti non poco. In un festival molto politico come quello di Cannes 2004, conclusosi con la vittoria del suo sulfureo pamphlet anti-Bush Fahrenheit 9/11 (foto), proviamo a dare un’interpretazione ‘politica’ della visione dell’omosessualità che traspare da vari film presentati sulla Croisette.

A ovest la situazione non è rosea. Il gay è ancora visto con sospetto e imbarazzo, pregiudizio e moralismo: bello ma pedofilo (in The Woodsman e Ingannevole è il cuore…), famoso ma perverso (nel film di chiusura De-lovely il Cole Porter intepretato da Kevin Kline è gay ed elegantissimo ma ha solo rapporti in locali loschi con marchette inaffidabili mentre il rapporto con la moglie Linda Lee è solare e idilliaco), trasformista e vendicativo (in La mala educación tutti i personaggi sono gay e tutti negativi). A est il discorso si inverte. Il cinema asiatico, abbondante in questa edizione, rivendica all’amore omosessuale dignità e purezza e lo riconcilia con la natura estraniandolo da contesti sociali.

I protagonisti di Tropical Malady di Apichatpong Weerasethakul (foto), vincitore del Premio della Giuria, sono uniti da un tenero legame: si baciano le mani nell’imponente foresta umida, giocano a calcio insieme, corrono in moto tra le rigogliose verzure prima che uno dei due sparisca misteriosamente nella giungla. Il film thailandese, coprodotto dal nuovo direttore del Festival di Venezia Marco Muller e adorato dai giornali francesi, è stato però accolto da uno sonoro disappunto alla prima della stampa internazionale e ha steso non pochi spettatori per la sua lentezza estenuante (La Stampa l’ha definito “una prova fisica”).

Amore schietto e senza inibizioni anche nella commedia taiwanese Formula 17 di DJ Chen (foto) su un provinciale diciassettenne, Tien, che d’estate se ne va a Taipei a caccia di avventure sessuali e si innamora del playboy Bai.

Tra gli altri film gay passati al Marché da segnalare l’americano Latter Days di C. Jay Cox, commedia romantica campione d’incassi (più di 700.000 $ al box-office) sull’amore contrastato tra un discotecaro sessuomane e un mormone integralista; il nuovo Gael Morel Three Dancing Slaves sui difficili rapporti tra tre fratelli francesi; il bizzarro Ma mère di Christophe Honoré (foto accanto al titolo), tratto da un libro incompiuto di Georges Bataille, sulla relazione tormentata tra un giovane e la madre bisessuale, con Louis Garrel (The Dreamers) e Isabelle Huppert; la sbracata commedia tedesca Balls di Sherry Hormann su una squadra di calcio composta unicamente da gay.

Immagini memorabili di questa edizione: Michael Moore che si mette la mano davanti alla bocca sconvolto alla notizia della vittoria della Palma d’Oro (erano quasi cinquant’anni che un documentario non vinceva Cannes: nel 1956 Jacques-Yves Cousteau e Louis Malle, allora ventitreenne, sbaragliarono i concorrenti con Le monde du silence, ambientato nei sottofondi marini, il primo del genere a colori); il party di vegliardi gagliardi e avvinazzati per l’enologico ‘doc d.o.c.’ Mondovino di Jonathan Nossiter, inserito all’ultimo momento in concorso; Maggie Cheung, Palma per la migliore attrice, che piange in Clean; Emir Kusturica che in maglietta da turista ci parla di cinema come un vecchio zio sapiente; Fanny Ardant che corre affannata con telecamera al seguito alla festa per L’odore del sangue (nel tremendo film di Martone è una ninfomane che dice frasi del tono: “Lo sapeva che sono una caldona” e “Mi hanno inculato!”); un povero Cristo inchiodato a una croce e un po’ annoiato sul camioncino della Icon di Mel Gibson a zonzo per la Croisette; Elisabetta Rocchetti de L’imbalsamatore sempre più bella e sempre più magra; la giovane promessa americana Nicole Kassell che è riuscita a scritturare per la sua bella opera prima The Woodsman Kevin Bacon e si porta a casa il premio Cicae e il Gras Savoye per la musica; il polpo vivo mangiato dall’attore del superpulp coreano Old Boy, Gran Premio della Giuria adorato da Tarantino; il manifesto di Bush’s Brain di Joseph Mealey e Michael Paradies Shoob col volto del presidente americano bollato dalla scritta rossa: “Come è potuto succedere?”; il vero volto dell’ultraottantenne Alberto Granado nel finale del mediocre e agiografico Diari della motocicletta di Walter Salles; Zhang Ziyi che si guarda nello specchio in 2046 di Wong Kar-Wai, il grande trombato di quest’anno; la manifestazione degli Intermittenti dello Spettacolo appoggiata da alcuni festivalieri in smoking.

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