PRIMA CHE LA NOTTE SCENDA

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Il nostro inviato al festival del cinema di Venezia ha visto "Before night falls" di Schnabel, con un grande Javier Bardem nel ruolo dello scrittore omosessuale Reinaldo Arenas...

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E’ un bel vedere ammirare il virilissimo e mascellato Javier Bardem, già attore di Almodovar (‘Carne tremula’) e di Bigas Luna (‘Uova d’oro’), azzeccato protagonista del primo film gay del concorso di Venezia 2000, ‘Before Night Falls’ – Prima che scenda la notte – di Julian Schnabel: innanzitutto perché interpreta benissimo (candidandosi al Leone d’Oro come miglior attore) il ruolo dello scrittore cubano Reinaldo Arenas, omosessuale e anticastrista, vitale e appassionato, esiliato a New York da Castro insieme a 250.000 ‘indesiderati’, morto di Aids nel 1990 dopo l’ennesimo rifiuto di cure negli ospedali; poi perché la sua presenza può servire in senso militante alla causa gay e contro ogni stereotipo grazie alla sua gioiosa apertura mentale (in conferenza stampa ha detto di essere fidanzato con una donna che non potrebbe non accettare che lui interpreti ruoli gay sennò sarebbe istantaneamente lasciata e ha baciato poi appassionatamente sulla bocca il massiccio regista eterosessuale che indossava un curioso pareo etnico che gli faceva da gonna). Il film biografico di impianto documentaristico – come il precedente ‘Basquiat’ – racconta prima l’infanzia povera ma libera dominata da un matriarcato quasi oppressivo, l’adolescenza gioiosa tra i colori della sua magnifica isola, il passaggio dal cameratismo alle prime turbe sessuali, gli amanti traditori e un amore possibile, la scoperta del piacere artistico della scrittura grazie alla menzione speciale a un premio letterario e all’aiuto di un mecenate che lo educa regalandogli libri e trasmettendogli le sue passioni letterarie (similmente al protagonista di un altro film cubano gay, ‘Fragola e cioccolato’), le oppressioni castriste che lo fanno rinchiudere nel durissimo carcere del Morro, ora monumento turistico de L’Avana. Poi l’esilio, lo sradicamento, lo smarrimento a New York, la tragica fine.

Tratto dall’autobiografia omonima (con alcune variazione tra cui il drammatico finale), è sorretto dal credibilissimo protagonista – ‘in alcuni momenti Javier Bardem è Reinaldo Arenas, capace di trasformare attraverso le parole la sofferenza in bellezza’ ha detto il regista – ma soffre di una struttura un po’ frammentaria e una seconda parte disarmonica, troppo diluita e tediosa. Camei di lusso: Johnny Depp nel doppio ruolo del travestito Bon Bon che riesce a portare fuori dal carcere i manoscritti di Reinaldo infilandoseli nel retto (la scena più divertente del film) e in quello di un poliziotto castrista ambiguo; Sean Penn nella parte di un guajiro dai denti d’oro e Hector Babenco in quella del mecenate generoso.

Schnabel ha detto di ‘non avere voluto fare né un film gay né un film politico’: le scene omo sono effettivamente molto pudiche e controllate mentre di Cuba si evidenzia soprattutto lo stato di estrema povertà, la crudeltà delle oppressioni castriste (con tanto di voce di repertorio di Fidel) che fanno davvero riflettere sul mito di un dittatore crudelissimo e per nulla tollerante, incapace di gestire il forte senso di rassegnazione sociale di un popolo allo stremo.

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