QUANDO FINISCE UN AMORE

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Non ci sono colpe. E' la fine, punto e basta. E allora perchè sembra il fallimento di una vita? E la jena: D'amore non si muore, lo dice...

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Caro Fabio, leggo sempre con interesse le tue risposte, anche quando non sono d’accordo. Ma credo che questa volta, rispondendo a Pier, hai colto nel segno. Esco da una storia durata 20 anni. Quando l’ho conosciuto aveva 20 anni. Io 38. Ma il fatto è che non è stato lui a lasciarmi. Sono stato io a mettere la parola fine, non sopportando più gli ultimi anni senza sesso, ma soprattutto senza comunicazione, non so per colpa di chi, e in questi casi non serve a niente indagare sulle colpe, perché semplicemente non ce ne sono. Lo so che per molti è difficile accettarlo: sarebbe così bello mettere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, gli italiani poi sono maestri in questo, da sempre, hanno sempre preferito le illusioni all’analisi spietata della realtà. Da Dante a Petrarca a Leopardi, gli Italiani non vengono accusati d’altro. Sarà il loro gene. Di preferire l’immagine alla verità. Ma nell’amore le cose, per fortuna (sì, per fortuna) sono più complesse.

E’ vero quanto dici sul fatto che molti non escono migliori da una storia. O forse che solo allora, quando la storia è finita, ti accorgi di loro come sono e non come li hai sognati. Ma il punto non è questo. Vorrei dire al ragazzo che si sente comunque felice della storia vissuta che se per lui questo è un modo di superare la sofferenza, sia pure, alla fine è meglio l’illusione che la morfina o l’eroina. Scherzo, ma mica tanto. Perché il punto è questo: non importa chi finisce una storia, e anzi spesso chi la finisce sta peggio di chi ne subisce la fine, ma invece è terribilmente importante il fatto che non si riesce a dimenticare, che la fine non sembra solo una fine, ma il fallimento di una vita. Altro che ricordare le cose belle! Ci sono, ma basta quel solo atto che chiude a scatenare un inferno di dolore. In certi momenti si arriva perfino a desiderare di scomparire: ripeto, anche se si è stati noi stessi a mettere fine, e non perché ci fosse l’irruzione di un’altra storia, ma perché non si sopportava più la finzione in cui si era trasformato l’amore. Ebbene, tutto quell’amore vissuto e finito ti strozza l’anima. Non ci se ne libera più. E allora ci sono momenti in cui basta una parola, una visione, di un quadro, di una scena di un film, e vorresti scoppiare a piangere davanti a tutti, più per te stesso, che per l’amore finito. In fondo alla fine il problema è sempre lo stesso: per quanto melodrammatico ciò possa apparire, è il dialogo tra Carmen e Don Josè: – Tu ne m’aimes donc plus? – No, je ne t’aime plus. – Mais moi, Carmen, je t’aime encore, je t’aime, je t’adore!. E’ quanto mi ha detto il ragazzo che ho lasciato (senz’avere nessun’altra storia: per bisogno di verità: non lo amavo più). Avrei potuto rispondergli col cinismo di Colombina nella Double Inconstance di Marivaux: "Quando ti amavo, ti amavo. Ora che non ti amo, non ti amo". Non è una tautologia. E’ la tragica, insanabile realtà… Ma caro Fabio, come si sta male!

Grazie della pazienza di leggermi

Diego

"Il piacere che non dà dolore a nessuno è sempre un bene".

Carissimo Diego che grande verità hai detto: il piacere che non dà dolore a nessuno è sempre un bene. Ma anche che grande utopia! Almeno così sembrerebbe dalle tante lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione di quella di Pier (per chi non l’avesse letta può trovarla nell’archivio delle lettera alla iena: "Se lui non mi vuole" pubblicata il 9/10/02).

Evidentemente è un problema…pardon, un argomento che riguarda molte persone. Cito, per tutti, Roberto da Trieste, Ippolito così triste ma così lucido, e Prione che giustamente dice: "sembra quasi che una persona, più è alla portata, più sia consigliabile evitarla!". Eppure una volta che una storia, una qualunque storia, finisce ci si ritrova a farsi le stesse domande, sempre! non importa quanti anni si hanno, quanta esperienza si sia maturata, quanto si sia abituati a reagire al dolore. L’amore è proprio una bestia strana! non si riuscirà mai a capire come comportarsi. Esistesse un "manuale delle istruzioni"! Non sono d’accordo con te quando dici che chi causa la fine di una storia spesso sta peggio di chi ne subisce la fine!

Credo che, comunque, chi determina la fine, perlomeno ci avrà pensato, avrà ponderato e soprattutto decide, anche con dolore, ma decide lui! chi subisce, subisce e basta e spesso la "notizia" arriva come un fulmine a ciel sereno! Questo, chiaramente non vuol dire che ha sempre ragione l’uno o l’altro, per carità! ma tanto cambia poco, effettivamente. La fine di una storia, Diego, è sempre un fallimento. Certo, si possono avere dei bellissimi ricordi. Ma a me i ricordi, generalmente, mettono tristezza, nella migliore delle ipotesi mi mettono malinconia. Preferisco vivere il presente. Vorrei tanto riuscire a vedere le cose come Pier. Non penso proprio che la sua sia una "terapia" per superare la sofferenza, è proprio un modo costruttivo di vedere le cose, di affrontare il mondo, una visone diversa dalla nostra, Diego. Tu mi citi Bizet ( o, più propriamente, L. Halévy e H. Meilhac) Marivaux, io invece ti cito Gianni Morandi che dice: "d’amore non si muore". Perché fortunatamente questa è la verità. A parte dei casi drammatici che però nascondono altri problemi, d’amore non si muore. Si sta malissimo, lo abbiamo già detto, ma si sopravvive. Il tempo, Diego, solo il tempo ci aiuta, ci cura, ci consola. Certo a volte il dolore è stato così grande da farci dimenticare, almeno per il primo periodo, quello che di buono abbiamo vissuto. Ma poi, sempre il tempo, questa medicina naturale, rimette a posto le cose, i pensieri. Riporta al loro posto i ricordi.

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