QUASI NIENTE, ANZI MOLTO

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Intervista a Sebastien Lifshitz, il regista del malinconico film francese diventato un 'cult' gay e un caso nazionale.

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Si chiama ‘Quasi niente‘. Ma non sembra. Un piccolo, intimista, malinconico film francese sta diventando un caso nazionale. E’ uscito in un momento difficile per le sale, quando alle storie d’amore al solleone rappresentate sul grande schermo vengono preferite quelle reali nelle spiagge. Eppure incassa e fa parlare. La critica che non è ancora in vacanza applaude (‘Film Tv’, ‘L’Espresso’), il pubblico soprattutto gay si appassiona. Raggiungiamo il regista trentaquattrenne Sébastien Lifshitz a Parigi, dove vive. In Francia ha già fatto uscire due film e ‘Presque rien‘ è il suo esordio di tre anni fa. Da noi sono arrivati solo due mediometraggi, uno al Festival di Venezia (‘Les terres froides’) e l’altro al Festival Gay di Torino (‘Les corps ouverts’). Sembra timido e riservato come i personaggi dei suoi film.

Signor Lifshitz, il suo film ‘Presque rien’, che tratta con sensibilità del passaggio dall’adolescenza alla maturità e che sarebbe indicato anche per un pubblico di quell’età, ha avuto in Italia il divieto ai minori di 18 anni per due scene di sesso. Che cosa ne pensa?

Non lo sapevo. Il distributore non mi ha detto nulla. Non ho alcun controllo su queste cose. Il film è stato venduto in tutto il mondo ma non ha avuto alcun divieto da nessun’altra parte. Secondo me è il riflesso della società italiana: c’è uno scarto, uno scollamento tra chi ha il potere e il popolo. Gli omosessuali sono integrati nella società ma la censura non se n’è accorta o non vuole farlo. Non so se si può generalizzare ma la sessualità in Francia non è un problema: qui i gay sono integrati in maniera meno sovversiva, ci sono molte trasmissioni gay in tv, non è qualcosa di eccezionale, rientra ormai nel costume sistematicamente.

Ha subito critiche, condizionamenti, censure per le scene di sesso durante la produzione?

Sì, durante la ricerca dei finanziamenti. Avevo trovato dei contributi nella regione della Loira, in un dipartimento di destra. I deputati dell’assemblea regionale hanno gridato allo scandalo e non mi hanno concesso il finanziamento. Addirittura il sindaco di un paesino sulla cui spiaggia dovevo girare una scena ha letto la sceneggiatura e non ci ha dato il permesso di farlo. Non posso dire il nome della persona e del posto perché ho firmato un accordo in tal senso. Ho poi girato più a Nord, verso Nantes. Quando abbiamo iniziato le riprese avevamo pochi soldi ma poi sono arrivate altre sovvenzioni. Comunque secondo me ‘Presque rien’ è un film dolce, per nulla scandaloso o provocatorio.

Gli attori hanno avuto problemi o reticenze nel girare le scene hard, in particolare l’accenno di masturbazione in primo piano di Jérémie Elkaim e la sodomizzazione di Stéphane Rideau?

No, non hanno avuto nessun problema. Sono stati molto generosi, si sono gettati nei loro personaggi con molta libertà, hanno vissuto momenti di vera libertà, scoprendo sentimenti e sesso con molta gioia. Dopo, in realtà, hanno avuto un po’ di paura.

Jérémie Elkaim e Stéphane Rideau sono gay?

No, sono entrambi eterosessuali.

Perché secondo lei c’è ancora così tanta paura nel rappresentare sul grande schermo "il grande rimosso della storia del cinema", il pene?

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E’ difficile analizzare il sesso. E’ qualcosa di essenziale. Il sesso è strettamente legato al sentimento, c’è un dialogo costante tra essi.

Il suo è un cinema intimista, introspettivo, non gridato, che difende chi è ai margini della società come nelle opere di Claire Denis con cui ha lavorato. Sembra però che il sesso, sempre vitale, energico, ribelle sia un modo per combattere la malinconia e le debolezze dei suoi personaggi, per rivendicare un diritto alla felicità, per ‘aprire i corpi’ e liberarsi. E’ d’accordo?

Forse… Ma non amo analizzare i miei film.

Nel bel film ‘La traversée’ che ho visto a Cannes l’anno scorso, lei racconta con stile semplice e documentaristico di Stéphane Bouquet, il redattore dei ‘Cahiers du Cinéma’ con cui ha scritto tutti i suoi film, che attraversa l’Atlantico per incontrare il padre, un soldato americano che non ha mai visto. Come è nato questo progetto?

Io e Stéphane ci conosciamo dai tempi della scuola, è un mio carissimo amico, come un fratello. E’ gay anche lui, come dice nel film. Io arrivo dalla fiction e non volevo abbandonarmi alla forza della realtà ma ciò che vedevo era reale. Pensavo a Stéphane come a un personaggio, quest’idea del padre immaginario, che non aveva mai visto, mi appassionava. Il territorio americano era poi per me una vera scoperta, era la prima volta che ci andavo. Rifiutavo però di fare un reportage, volevo utilizzare un dispositivo più pesante di una semplice camera digitale, volevo fare un omaggio al cinema americano. Abbiamo girato in 16 millimetri ‘scope’ gonfiati poi a 35. L’équipe era di sole cinque persone, oltre a noi due c’era un capo operatore, un tecnico del suono e un assistente.

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