QUEI BRUTTI ‘ULTIMI GIORNI’

di

'Last Days' di Gus Van Sant, tentativo poco riuscito di ritrarre un musicista aspirante suicida. Ispirato a Cobain. Con tocchi gay: abiti da donna e due ragazzi a...

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Il giorno dopo il bacio-shock che al photo call ha infiammato i clic dei fotografi,

quello inatteso tra il regista David Cronenberg e il bel Viggo ‘Aragorn’ Mortensen, e gli exploits di Lars Von Trier, il mercuriale autore di ‘Manderlay‘ (foto sotto), uno dei film più applauditi del festival, che in conferenza stampa esclama: «Volete che dica che Bush è un cretino? Ok. Bush è un cretino!», le provocazioni al Festival di Cannes tentano in ogni modo di rinfocolare l’interesse mediatico per la manifestazione (evidentemente non basta la doppia fellatio del messicano ‘Battaglia nel cielo‘).

E il massimo della provocazione stilistica per ora resta l’ultima fatica del regista gay di ‘ElephantGus Van Sant. I fan di Kurt Cobain siano avvisati: ‘Last Days‘ è un film che potrebbe irritarli non poco. A meno che non entrino nell’ottica del regista – il film è solo ispirato alla figura della rockstar e Blake, il protagonista, è un’altra persona – e accettino così la demitizzazione assoluta che ne fa Van Sant: per un’ora e mezza la telecamera segue i farfugliamenti incomprensibili, i barcollamenti costanti, le passeggiate nei boschi di un ragazzo catatonico strafatto di droga che poi si spara un colpo di fucile in un capanno per gli attrezzi di fronte a una grande villa in pietra dove il musicista dimora insieme a quattro debosciati.

Il tutto con quell’effetto di straniamento e di distante freddezza che se in ‘Elephant‘ contribuiva a ottenere un’atmosfera di inquietante ineluttabilità, qui crea soprattutto distacco e fastidio.

Van Sant conclude un’ideale trilogia iniziata con ‘Gerry‘ e proseguita proprio con ‘Elephant‘ attraverso uno stile sperimentale molto simile: lunghissime inquadrature fisse, fuori campo divagatori, andatura non lineare con ripresa di alcune scene da punti di vista diversi

(ma l’unica non velleitaria è quella in cui si capisce che mentre i due maschi fanno l’amore al piano di sopra Blake suona la batteria), un lavoro sul sonoro che mescola suoni e rumori come se provenissero dal cervello del protagonista. Eppure ‘Last Days‘ funziona solo a tratti, non coinvolge molto, annoia e lascia ben poco. Tanto ‘Elephant‘ era compatto, denso e affascinante, così ‘Last Days‘ è sfrangiato, spesso pretenzioso e inconsistente. Se qualche apparizione allarmante alla porta della villa in pietra dove è rifugiato il gruppo dà un senso quasi lynchiano all’orrore incombente (il dialogo surreale col venditore di Pagine Gialle convinto che Blake sia il titolare di un’officina e i due gemelli mormoni con lo stesso nome), il resto è pura contemplazione di un Michael Pitt di maniera, imbambolato e incline a un ‘maledettismo’ solipsista assolutamente monocorde.

Non mancano i tocchi gay: Blake indossa un abito nero femminile lungo fino al ginocchio e si trucca da donna; Lukas Haas con occhialoni da presbite che gli fanno le pupille enormi va a letto con un altro ragazzo del gruppo. La musica, che dovrebbe essere centrale, viene trattata dal regista con voluta circospezione: la lenta (e azzeccata) carrellata all’indietro che ritrae Blake chiuso nella villa con i suoi strumenti e la ripresa ‘inscatolante’ del video televisivo dimostrano la distanza (reverente o timorosa?) che Van Sant prende dal fulcro dell’interesse di Blake. Certo, resta splendida ‘Venus in Furs‘ dei Velvet Underground con la voce catacombale di Lou Reed, curiosi gli accenni di musica classica (un tema barocco del XVI secolo di Janequin Clement) ma il vuoto ectoplasmatico trasmesso dal fantasma selvaggio di Blake risucchia nel suo nulla persino l’irruenza imperiosa della musica più bella.

Non mancano le ingenuità come lo spiritello di Blake che si solleva nudo dal cadavere e sale una grata quasi come in ‘Scala al paradiso‘ di Powell e Pressburger oppure il personaggio di Asia Argento che svanisce nel nulla dopo una breve apparizione in cui prima dorme in un letto e poi, in tanga e maglietta, tira su da terra un inebetito Blake. E vedere Michael Pitt (non più biondo e con capello corto) che in conferenza stampa biascica parole incomprensibili e sembra perso come il protagonista fa pensare: quale sforzo interpretativo avrà richiesto il suo ruolo in ‘Last Days‘?

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