QUEL GAY CHE C’È IN ‘CUORE SACRO’

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A colloquio con Ferzan Opzetek. "Nel film i personaggi omosessuali ci sono, ma non lo dicono". E sul tema della morte: "ho pensieri da casalinga depressa". Il prossimo...

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MILANO – Incontriamo il regista Ferzan Opzetek mentre il suo nuovo film “Cuore Sacro” sta uscendo in tutte le sale italiane. Insieme con lui la signora Lisa Gastoni, attrice cult, sparita dal cinema e dal teatro per ben venticinque anni, che in “Cuore sacro” interpreta il ruolo della fredda e calcolatrice zia della protagonista.

Ciao Ferzan, andiamo subito al punto, come mai stavolta non affronti la tematica gay che sempre toccato in tutti i tuoi film?

Chi te lo dice? (ride) Se io ti dicessi adesso che ci sono tre personaggi gay… come si fa a saperlo? Stavolta racconto una storia in cui non è importante dire chi lo è o chi non lo è. In questo periodo vedo che intorno a me c’è anche troppo tutta questa smania di dire le cose, di raccontare la propria vita, i dettagli. L’altra sera ero a casa di amici e alla televisione ho visto un programma pieno di volgarità allucinante nel mettere in pubblico il privato, questo lo trovo grave. Poi non devo per forza in tutti i film raccontare la storia di un gay mischiando altre cose. Io faccio solo quello che sento. Ci ho pensato, nel film possono esserci dei personaggi gay ma non dichiarati, come dovrebbe essere nella vita. Avete mai visto un film in cui il personaggio dice per esempio di essere eterosessuale? La mia testa in questo momento forse è altrove. Vediamo il prossimo film che succede, non lo so. Quando in un’altra conferenza stampa mi hanno chiesto: “Ma nel film non c’è niente di gay?”, volevo rispondere: “Abbiamo saputo che la pellicola è gay!” In questa occasione mi andava di parlare di un argomento in particolare, non si possono mischiare troppe cose.

Nei tuoi film torna sempre il tema della morte, come mai?

Nella vita c’è la morte, con gli anni si perdono tante persone vicine e questo crea un dolore enorme, quindi una delle mie fissazioni è il senso della vita. Tutto passa così veloce. Cosa rimane di noi? Immaginati fra quaranta o cinquant’anni, chi penserà a noi? Ho questi pensieri un po’ da casalinga depressa. Mi piace comunque il mistero della vita che ti dà dei segnali quando meno te lo aspetti. All’improvviso ti arriva uno sguardo, un sorriso, un segnale di qualcuno e questo mi piace molto.

Ci sono alcuni attori con i quali lavori spesso, c’è un motivo o è una scelta casuale?

No, guarda, in questo film per esempio non c’è Serra che è sempre stata nei miei film. Ci sono altri che ritornano. Massimo Poggio, per esempio, l’ho conosciuto in una pubblicità ed era nella Finestra e credo sia uno da portare! (ride) È vero, mi piace portarmi dietro dei personaggi, la ragazza che fa l’architetto c’era nelle Fate e pure nella Finestra. Ci sono attori che mi piacciono, con i quali ho confidenza. Inizialmente avevo pensato a Filippo Nigro per il prete, poi ho cambiato idea… insomma faccio sempre quello che sento e questo credo sia la cosa vincente nella vita, o almeno che ti dà soddisfazione.

Come fai dall’idea iniziale a sviluppare poi tutto un film?

Sai cosa mi dicono in molti, che devo fare un thriller. Di solito mi metto al posto dello spettatore e mi piace sentirmi dire: “Adesso cosa succede?” e poi svelare all’improvviso un’altra cosa. Questo è un mio modo di giocare con il film. La sceneggiatura in questo caso è stata più volte modificata andando avanti. Avevo un po’ di ansia a trattare questo tema, il barbone e il prete erano personaggi molto difficili, non volevo rischiare di scadere nel banale. Per esempio, c’era anche un attore, molto bello, che faceva la parte dell’amante di Irene, ma l’ho tagliato perché mi sembrava di troppo, sarà solo nella versione in dvd. Anche altre cose ho tagliato, a mano a mano che andavo avanti, seguo delle linee, vado molto a sensazione, non so spiegarti. È realizzando che ti rendi conto e devi sempre tenere un equilibrio molto difficile.

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Nella presentazione c’è scritto che questo è un film sul sacro, ma non religioso. I riferimenti alla religione sono comunque molti. C’è una scena di Irene con il barbone che sembra la Pietà di Michelangelo, per esempio.

La Pietà è un’immagine che avevo visto trent’anni fa, arrivato in Italia, e mi era piaciuta tantissimo perché ha dentro tutto. Inizialmente in quella scena Irene avrebbe dovuto fare l’amore con il barbone. In quel momento io però ero innamoratissimo di lei, di Irene e di Barbara che la interpreta, non volevo che venisse toccata dal barbone e quindi ho rovesciato tutto usando quest’immagine che mi piaceva. Il bello è che quella cosa è venuta sul momento.

Le Mercedes parcheggiate, nella scena del vicariato sembrano un po’ una critica all’opulenza dell’istituzione ecclesiastica, non è così?

Sì, è un’immagine di un lato della religione che io non approvo. Quando questa diventa un’istituzione e perde la sua spiritualità. Conosco dei preti meravigliosi che si danno totalmente agli altri, lavorano come dei pazzi e non hanno nessun tipo di lusso. Poi ci sono delle istituzioni che ostentano come dei pavoni. Il lato pavone non mi piace di nessuna religione e, purtroppo, in tutte c’è.

Nella scena della conferenza vengono dettati i canoni del consumismo. Come sei arrivato a questo?

Tre anni fa sono stato in Thailandia, girando per la città mi sono accorto che c’era dappertutto la pubblicità di un prodotto, di cui non posso dire il nome, che è proprio impensabile per quel posto. Cercavano di inculcare alle donne thailandesi di pulirsi il viso con questo. E c’erano delle donne che per comprarlo facevano dei sacrifici. Lì capisci come si espande il global, dovunque.

La scena è stata girata negli uffici di Tronchetti-Provera e mi è piaciuto molto, facendo il sopralluogo, che chi parla si veda riflesso, questo è molto cinematografico. Irene vede la sua immagine riflessa su quattro schermi. È una scena che mi piace molto.

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