QUESTO AMORE COMPLICATO…

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Pappi Corsicato: confessioni di un regista 'cult'

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Sai che con Libera, soprattutto con Carmela, il secondo episodio, sei diventato una sorta di regista culto per il mondo gay?

Quando lavoro spero di comunicare delle cose al maggior numero di persone possibile. La loro sessualità per me non fa differenza. Il pubblico è pubblico, indistintamente

I tuoi personaggi vivono rapporti di coppia molto problematici. È questa la tua visione delle relazioni d’amore? È così che vivi le tue relazioni?

Un po’ sì. Crescendo ci si rende conto che il sentimento amoroso è molto più complesso di quanto si pensasse. Sento che c’è una difficoltà nel provare un sentimento per sostenere una relazione. Personalmente dico che è complicato. Ciò non toglie che c’è un desiderio di provare quel sentimento. Nonostante le delusioni, c’è sempre in tutti noi la voglia di volerci credere. Qui c’è il conflitto.

A distanza di sei anni stai per tornare sugli schermi con un nuovo film. Come mai una pausa così lunga, almeno rispetto ai lungometraggi?

Io avevo già scritto un film dopo I buchi neri, tratto da un soggetto ideato subito dopo Libera. Quando però passa del tempo, c’è un’evoluzione e il tuo punto di vista sulle cose cambia. Quindi, al momento di realizzare quel film, mi sono reso conto che non avevo l’entusiasmo necessario per poterlo fare. Secondo me questo è un lavoro che va fatto solo con l’entusiasmo, altrimenti non ne vale la pena.

Cosa dobbiamo aspettarci da Chimera, il tuo prossimo film?

Il tema, come al solito, è sempre l’incapacità di provare delle emozioni e comunicarle all’altro. La cosa su cui più ho lavorato in questo film è però la costruzione narrativa, perché non c’è una vera storia, c’è una scomposizione della storia che riflette molto quello che è il sentimento dell’amore, che è fatto di frammenti.

Io non penso che se si ama una persona, la si ama e basta. Perlomeno io metto sempre molto in discussione quello che sto provando, quello che sta provando l’altra persona. C’è un continuo chiedersi, quotidiano, paranoico quasi. Quello che ho voluto raccontare è proprio questo stato d’animo e l’ho fatto proprio attraverso la narrazione del film. Più che quello che succede, è importante la composizione narrativa, o meglio la scomposizione. L’idea era di raccontare lo stato d’animo tra due persone, che è fatto di dubbi, di domande, di alti e bassi, di scomposizione del sentimento. Mi piace molto sperimentare. La sceneggiatura di questo film è una specie di puzzle che si compone via via, più attraverso le suggestioni che gli avvenimenti. Se ci si lascia prendere dalle suggestioni del film, ci si appassiona.

I buchi neri è il tuo unico lungometraggio. Sei uno dei pochi registi già affermati che ha sempre continuato ad esprimersi con i cortometraggi. Cosa ti attrae in questo particolare genere cinematografico?

C’è un’idea di sintesi molto forte. In poco tempo riesci a comunicare una sensazione, un’emozione. In genere comunque ho fatto cortometraggi sul mondo dell’arte, proponendo sempre una mia interpretazione dell’opera, della suggestione che l’opera mi provoca, mi comunica. È su quello che lavoro, non mi limito a documentare l’allestimento o l’opera.

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Tu hai una formazione piuttosto inusuale. Hai studiato danza e coreografia con Alvin Aley, musica, recitazione. Come e quando è maturata la convinzione che la regia potesse essere la forma espressiva adatta a te?

Forse la regia è stata il mio primo desiderio, il mio primo istinto. Quello che mi bloccava da giovane era la coscienza delle grosse difficoltà di realizzazione di un film, e non intendo solo da un punto di vista tecnico. Quando dirigi un film sei responsabile di capitali, di persone. Fare il regista mi sembrava complicato: mettere su un film, scrivere una storia, trovare i soldi. Invece studiare danza, recitazione, musica era qualcosa di più facile da gestire. Però poi anche attraverso queste esperienze, che sono state molto belle e interessanti, ho capito che forse l’unica forma espressiva che veramente sentissi congeniale era appunto la regia. L’illuminazione è arrivata vedendo un film di Almodovar, La legge del desiderio. Ho visto in quel film quello che io avrei voluto fare, ci ho letto, attraverso il linguaggio di Almodovar, quello che era un mio modo di vedere le cose. Mi ha dato molta forza.

E sei andato allora in Spagna per assistere Almodovar per la regia di Legami.

In realtà sono stato un osservatore, un amico, più che un assistente. Non ho lavorato sul set. Ho seguito lui, l’ho visto lavorare, dirigere gli attori. È stata un’esperienza molto diretta. Da lì sono poi tornato in Italia e ho scritto questo primo cortometraggio che è diventato in seguito uno degli episodi di Libera.

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