QUESTO AMORE È UNA PRIGIONE

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Colpisce lo stile immaginifico di Takashi Miike nell'irrisolto 'Big Bang Love'. Ashley Judd bisex nell'horror 'Bug' di Friedkin e un sottotesto gay nel minimalista 'Old Joy' di Kelly...

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Molta queerness, diretta o trasversale, esplicita od obliquamente sottaciuta, è emersa nel primo, affollatissimo weekend al 24°Torino Film Festival. Il film più gay presentato finora è indubbiamente l’irrisolto Big Bang Love – Juvenile A del prolifico Takashi Miike, rimarchevole per lo stile immaginifico, per la scelta di inquadrature curate, per la bella fotografia livida che esalta colori saturi (il ciano, l’arancione), per i bizzarri inserti apparentemente dissonanti (un breve cartoon per raffigurare la morte di un carcerato che tenta di evadere ma rimane fulminato sul muro della prigione, due strane ziqqurat in una landa quasi marziana, continue didascalie in campo nero).

La storia raccontata è invece ripetitiva, ridondante e non ben strutturata: il misterioso omicidio di Katzuki Shiro, un detenuto con schiena e braccia interamente coperte da un elaborato tatuaggio, diventa il pretesto per la persecuzione di un altro condannato, l’effemminato Arijoshi Jun, che in realtà era legato al defunto da una profonda passione erotica. Dell’assassinio si sospetta perfino il diabolico direttore della prigione mentre, con una serie di brevi flashback, si indaga sul passato di Jun, piccolo furfante adito a furti di pane bianco fin da bambino.

Intriso di facili simbolismi su prigionia e libertà (una farfalla multicolore che tenta di fuggire, un doppio arcobaleno oltre le sbarre), è un thriller melò e claustrofobico un po’ compiaciuto che sa comunque sfruttare a dovere il fascino ambiguo dei due attori protagonisti, due ‘coccolati pargoli’ del grande Kitano: il bravo Ryuhei Matsuda (era il samurai gay conteso in Gohatto) e il magnetico Masanobu Ando (Shinji in Kids Return). Il quarantaseienne Miike, regista di culto per i cinefili amanti dell’Oriente, è specializzato in horror e violenza estrema (aveva già affrontato esplicitamente l’omosessualità in Blues Harp nel ’98) ma qui si tiene su un registro più intimista e psicologico, eccedendo però in dialoghi soporiferi e ripetizioni ossessive.

Un’inedita Ashley Judd bisex è invece la protagonista del curioso horror di William Friedkin Bug in cui interpreta Agnes…

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Un’inedita Ashley Judd bisex è invece la protagonista del curioso horror di William Friedkin Bug in cui interpreta Agnes, cameriera in un bar lesbo e legata a una ragazza già fidanzata con una donna. Nella sua vita c’è però un buco nero che la tormenta in continuazione: la sparizione improvvisa, in un supermercato, dieci anni prima, del figlio di sei anni avuto da un uomo violento, Jerry. Quando, nel motel dove abita Agnes, si fa vivo un misterioso reduce della guerra del Golfo, Peter, che sembra attratto dalla donna, le paranoie di entrambi si fanno più intense anche perché ricompare il temibile Jerry che sembra legato alla sparizione del bimbo. Peter è addirittura convinto di covare sotto la sua pelle le uova di misteriosi insetti e convince Agnes di averle trasmesso il parassita attraverso un rapporto sessuale.

Bug inizia come un thriller psicologico dalla carburazione lenta per esplodere in una violenza parahorrorifica solo nell’ultima mezz’ora – la migliore – in cui le fobie dei due protagonisti raggiungono il parossismo dell’allucinazione perversa che li porta a foderare interamente d’alluminio la stanza del motel per distorcere il segnale che, secondo loro, gli insetti stanno inviando al nemico. La tematica lesbo è affrontata però solo all’inizio del film, anche perché Agnes a un certo punto caccia di casa l’amica gay che sparisce di punto in bianco dalla narrazione.

Molto interessante è infine l’intenso sottotesto gay del pudico film minimalista Old Joy della regista indipendente Kelly Reichardt, definito da Manohla Dargis sul New York Times «uno dei migliori lungometraggi americani dell’anno». Due amici di lunga data, Mark e Kurt, decidono di fare una gita di due giorni sulle montagne dell’Oregon insieme alla cagna di Mark, Lucy, alla ricerca di una sorgente d’acqua calda in una foresta secolare. L’introverso Mark (Daniel London) sta per diventare papà ma è spaventato dalle responsabilità che lo attendono mentre Kurt (il cantante Will Oldham), ex cuoco, vive vagabondando nella nostalgia di un passato in cui Mark era parte integrante della sua vita. Smarriti in mezzo alle folte fratte, i due si accampano in un bosco e, complice l’alcool, Kurt rivela a Mark che gli manca molto e che il loro rapporto non è più quello di un tempo. Arrivati a destinazione, i ragazzi si spogliano completamente e si immergono in due tinozze colme d’acqua calda. Poi Kurt si alza, inizia a massaggiare le spalle di Mark osservandolo amorevolmente mentre l’amico allarmato esclama: «Che succede?». Con estrema discrezione, la regista inquadra la mano con fede del ragazzo sposato che si immerge nell’acqua facendo solo intuire l’evidente sviluppo della situazione.

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Girato con un grande senso del paesaggio, Old Joy rende alla perfezione il senso di disagio e di rimpianto che inonda i pensieri dei protagonisti e crea un’atmosfera compiuta e struggente attraverso un accumulo di piccoli particolari e argute notazioni psicologiche (la radio che parla di ‘incertezza del futuro’ mentre Mark guarda fisso davanti a sé, Kurt che davanti alla tenda ribatte all’amico: «Stai per avere un figlio? Io non mi sono mai infilato in strade da cui non potevo uscire»).

L’accostamento è forse azzardato, ma il riuscito Old Joy può per certi versi assomigliare a una versione basic, contemporanea e non outed di Brokeback Mountain.

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