“Re della Terra Selvaggia”, magica fiaba gender da Oscar

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Il sorprendente esordio di Benh Zeitlin candidato a quattro Academy Awards incanta per la baby-rivelazione Quvenzhané Wallis nel ruolo gender di un bimbo/bimba in fuga da un'inondazione fatale.

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Ci sono film che rapiscono lo spettatore in una sorta di stregato incantamento, indefinibile fascinazione, magica complicità. È il caso della sorprendente opera prima Re della terra selvaggia del regista trentenne Benh Zeitlin, migliore media schermo nello scorso weekend con 4750 euro, premiatissima in tutto il mondo (Sundance, Cannes, Deauville e altrove), adorata persino da Barack Obama che l’ha definita “spettacolare” e forte di ben quattro nominations ai prossimi Oscar, e di quelle che contano: miglior film, regista, attrice protagonista e sceneggiatura non originale.

Il titolo tradotto non rende giustizia all’originale Beasts of the Southern Wild (“Bestie del selvaggio sud”) – come il doppiaggio: consigliamo, se la trovate, una visione in lingua – ma rispecchia l’anima gender della vicenda, poiché il “re” è infatti una bambina , un indomito scricciolo di sei anni dalla capigliatura leonina, Hushpuppy (è il nome di una specialità al mais del sudest degli States). La piccola vive insieme al padre malato Wink in un delta paludoso chiamato “La Grande Vasca”, nel cosiddetto bayou, il tortuoso ecosistema della Louisiana. Costantemente minacciati da un’apocalittica inondazione che infatti travolgerà baracche e palafitte, gli abitanti della Grande Vasca esorcizzano la paura massima con feste e cene collettive mentre Wink cerca di infonderle coraggio educandola come un maschietto in una sorta di transfert generazionale: “Chi è l’uomo?” le chiede il papà. “Io sono l’uomo!” risponde Hushpuppy. Ma non c’è nulla di machista o sessista in questo comportamento, bensì un pratico approccio gender affinché la piccola apprenda le regole basiche di sopravvivenza in un ambiente selvaggio dominato da una natura matrigna che non fa sconti a nessuno. Così Hushpuppy si rifugia in un fatato mondo di fantasia dove regnano arcaiche creature mitologiche, gli Aurochs, simili a giganteschi bisonti, fieramente inginocchiate davanti al suo coraggio in una magnifica scena visionaria.

In fatato equilibrio fra documentario etnografico e realismo magico, Re della terra selvaggia deve la sua forza espressiva che ricorda lo sguardo animista di Terrence Malick alla straordinaria protagonista, Quvenzhané Wallis, la più giovane candidata all’Oscar della storia: all’epoca delle riprese aveva solo cinque anni ed è stata scelta da Zeitlin dopo aver visionato circa 4000 bambini. La sua personalità travolgente lascia il segno: un po’ bimba sognatrice ma già donna per consapevolezza e maturità, maschio e femmina insieme per esigenze di adattamento, personaggio fiabesco ma anche concreto essere vivente alle prese con la filosofica certezza di un mondo in via di disfacimento, “un universo che si regge sull’incastro perfetto di tutte le cose: se un pezzo si rompe, anche il più piccolo, l’intero universo si rompe”. Ma a differenza di tanto cinema apocalittico e nichilista contemporaneo, Zeitlin compone una sinfonia libera e vitale alla ricerca del cuore profondo della natura, del senso di accettazione della morte, della compenetrazione intrinseca di maschile e femminile (e l’eterno femminino si rivela nella magica parentesi del night sulla piattaforma, dove Hushpuppy pare rincontrare sotto varie forme il fantasma della madre scomparsa, che la concepì pochi minuti dopo aver ucciso un alligatore minaccioso). L’alchimia elettiva che lega Hushpuppy e Wink è anche dovuta all’ottima scelta, nel ruolo di quest’ultimo, dell’esordiente Dwight Henry, pasticciere di New Orleans a cui Hollywood ha aperto le sue porte dorate (sarà insieme alla piccola Wallis in Twelve Years a Slave di Steve McQueen).

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Quvenzhané non ha ancora scelto il vestito per gli Oscar anche se ha dichiarato di voler optare per un abito corto vista la paura di inciampare. Insomma, è nata una nuova baby star che potrebbe fare una carriera folgorante alla stregua di Jodie Foster e chissà che non riesca a rubare la statuetta alla favorita Emmanuelle Riva, ai suoi antipodi anagrafici essendo la più anziana candidata dall’alto dei suoi quasi 86 anni che, combinazione, compirà proprio il 24 febbraio, giorno della cerimonia di premiazione: come regalo di compleanno sarebbe perfetto! Ma già immaginiamo la ‘nipotina’ Quvenzhané applaudirla emozionata.

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