I registi de Il contagio: “L’amore di Walter Siti per l’escort è puro e genuino”

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Matteo Botrugno e Daniele Coluccini ci raccontano la genesi del film tratto dal romanzo di Walter Siti presentato alla Mostra di Venezia.

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La periferia romana e le sue contraddizioni sembrano ormai il cuore pulsante del nuovo cinema italiano, da Sacro GRA giù fino a Suburra, quasi fosse la vera cartina al tornasole del sofferto degrado della Capitale.

È stato presentato ieri alla 74esima Mostra di Venezia l’atteso Il contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, trasposizione cinematografica dell’omonimo, magmatico romanzo di Walter Siti, nelle sale a ottobre: la periferia corrotta che arriva nel resto della città e si fa sistema, mentre un triste teatrino di personaggi che ambiscono al lusso facile cede ai troppi paradisi di cocaina a fiumi e sesso a pagamento. In mezzo a quest’umanità narcotizzata dall’indifferenza morale spicca l’amore quasi ingenuo del professore gay, alter ego dell’autore Siti, per il palestrato Marcello, interpretati sul grande schermo rispettivamente da Vincenzo Salemme e Vinicio Marchioni.

I registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini ci hanno concesso un’intervista esclusiva:

Com’è nata l’idea di trasporre al cinema il romanzo di Walter Siti Il contagio?

Matteo Botrugno: “L’idea è nata innanzitutto leggendo il libro ma anche dopo tre stagioni a teatro dello spettacolo diretto da Nuccio Siano che ha poi scritto la sceneggiatura con noi ed è anche uno dei nostri interpreti. Volevamo fare un secondo film e continuare da dove avevamo finito: nel primo film avevamo parlato in maniera anche un po’ esistenzialista della vita in periferia, ci sembrava che fosse il caso di dover andare avanti, creare una storia corale ed allo stesso tempo aprirci ad altre parti della città ed arrivare al tema del film Il contagio, cioè che le due anime di una città (centro e periferia, n.d.r.) sono due facce della stessa medaglia”.

Quanto ha influito il testo teatrale dello spettacolo diretto da Nuccio Siano?

Daniele Coluccini: “Abbiamo fatto varie stesure di questa sceneggiatura: la prima era molto aderente al testo teatrale concepito come una serie di monologhi. È stato complesso, inizialmente, tirare fuori qualcosa di dialogico che avesse una struttura narrativa funzionale a un lungometraggio. Il libro di Siti è molto frammentario, sono sprazzi di vita colti da Siti stesso. Abbiamo attinto dal testo teatrale alcune immagini, cercando di trasporle cinematograficamente con stile realistico e recitazione molto naturale ben diversa da quella teatrale. In alcune piccole sequenze ci sono scene più oniriche e visionarie.

Avete conservato la struttura bipartita del romanzo?

Matteo: “Sì, perché restituiva un po’ il senso e l’anima del romanzo. Ci piaceva il fatto di rappresentare in maniera quasi indipendente le due parti, anche se alcuni personaggi confluiscono poi nella seconda. Quella ambientata in centro è molto più fredda e cruda”.

Come mai la scelta di Vincenzo Salemme per il ruolo del professore gay protagonista?

Daniele: “Il suo nome è uscito in maniera inaspettata ma subito abbiamo pensato che potesse essere un volto estremamente riconoscibile. L’abbiamo sempre visto come un grande attore e ci sembrava perfetto per il nostro personaggio. Gli abbiamo inviato la sceneggiatura e dopo qualche giorno ci ha voluto incontrare. Siamo andati a casa sua a Napoli. Non aveva ancora letto il libro ma aveva colto perfettamente i caratteri fondamentali del personaggio del professore. È una persona innamorata di Marcello di un amore che, anche se a pagamento, estremamente puro e genuino. Il professore è abbastanza disilluso dalla vita, cela una neanche troppo velata malinconia che abbiamo trovato anche in Vincenzo, per quanto sia esteriormente una persona molto gioviale e allegra”.

E di Vinicio Marchioni per il culturista Marcello, ormai un’istituzione nella bibliografia di Siti?

Matteo: “Vinicio ha fatto dei provini, abbiamo parlato a lungo. Abbiamo subito capito che era il nostro uomo. Questo Marcello gigante racchiude nella corazza del suo corpo l’anima e la fragilità di un bambino. Anche se l’abbiamo fatto ‘pompare’ in palestra per diversi mesi, non volevamo che fosse un culturista ma che avesse un corpo possente, importante. Abbiamo lavorato molto con lui sull’aspetto psicologico per contrapporre questo corpo che il professore innalza a qualcosa di ultraterreno a questo atteggiamento infantile che è un modo di essere. Marcello è anche un tossico dipendente dalla cocaina, per far apprezzare un personaggio respingente abbiamo cercato di farlo apparire come qualcosa di fragile, di dolce di cui si innamora il professore”.

Quanto è rimasto di pasoliniano nella vostra visione de Il contagio?

Daniele: “Siamo grandi appassionati di Pasolini, uno dei più grandi poeti che abbiamo avuto in Italia, ha saputo cogliere quelle contraddizioni e trasformazioni della società che oggi stiamo vivendo. Ma in realtà non abbiamo attinto dall’immaginario pasoliniano, anche se è inevitabile che esca fuori parlando di periferie, di Roma e di un amore omosessuale a pagamento. Abbiamo cercato di non riportare l’ossessione di Siti per il corpo di Marcello né la poetica di Pasolini ma una storia corale tradendo un po’ la scrittura di Siti per creare un prodotto artistico completamente nuovo”.

Nel romanzo la rappresentazione dell’omosessualità non è identità ma merce di scambio. Come emerge nel vostro film?

Matteo: “Nel libro la vendita del proprio corpo è inserita in un contesto di economia e finanza globale, una trovata geniale! Ma nel film è intraducibile. Non volevamo il vecchio bavoso che paga l’escort palestrato, è qualcosa di più profondo, radicato nell’estetica del professore, nella sua idea di bellezza che si traduce in amore anche se a pagamento. Nel film lanciamo altri segnali in cui l’omosessualità non è una merce di scambio ma si inserisce in un contesto molto più grande, quello dell’amore nelle varie sfaccettature dei nostri personaggi: in parte è attrazione fisica tra Marcello e Mauro ma anche amore filiale e tra moglie e marito, in un contesto in cui non esiste probabilmente più un’idea di orientamento ma solo di necessità dell’altro”.

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