Riecco Lisbeth Salander, la ragazza che giocava col fuoco

di

Il secondo capitolo della trilogia “Millennium” fa luce sul rapporto tra Lisbeth Salander e il papà a cui aveva dato fuoco. Ma il film si infiamma nella scena...

958 0

Rieccola, più agguerrita che mai. Torna sul grande schermo uno dei personaggi femminili più intriganti, seducenti, sfaccettati della letteratura contemporanea: Lisbeth Salander, hacker punkabbestia indomabile, ex pugile e abilissima informatica bisex, super tatuata e dai mille piercing (reali!), vera protagonista di "La ragazza che giocava con il fuoco", secondo cinepisodio della trilogia "Millennium" tratta dai best seller del compianto scrittore svedese Stieg Larsson – più di 8 milioni di copie in tutto il mondo –  che porta però la firma di Daniel Alfredson ("Lasciami entrare", l’horror gender più originale degli ultimi anni) invece che quella del danese Niels Arden Oplev, regista del primo film, "Uomini che odiano le donne".

Qui la scena è tutta della torturata Salander, e si riparte dal flashback che ricostruisce l’agguato al padre, quando la piccola e vendicatrice Lisbeth lo cosparse di benzina dandogli poi fuoco (le ragazze impazziranno: il film si apre con lei che si alza nuda e sensuale dal letto). Rispetto al romanzo, è molto addomesticata la parte saffica – niente attacco ‘fetish’ e non ci sono le lesbiche sataniste – anche se il film si infiamma davvero in una bella scena di sesso tra la protagonista e una esperta di arti marziali che le regala un portasigarette d’argento ricordandole: “Serve un certo stile se vuoi mantenere le cattive abitudini!”.

La narrazione si concentra sulla morte di un giornalista della rivista ‘Millennium’ e della sua fidanzata. Le indagini fanno luce sull’inchiesta che il reporter stava portando avanti sul mercato del sesso e, a sorpresa, viene indagata proprio Lisbeth.

Sarà quindi il direttore di ‘Millennium’, Mikael Blomqvist (Michael Nyqvist) a cercare l’amata/odiata Lisbeth per scoprire se è davvero implicata nella vicenda.

“Per molte cose assomiglio a Michael, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti morali e politici che lo muovono” ha dichiarato Nyqvist alla conferenza stampa romana del film. “Forse proprio questo è il motivo che mi ha portato ad accettare di interpretare il personaggio di Michael. Lui è molto intelligente, tattico e profondo a livello empatico. A mio avviso è l’esempio dell’uomo occidentale moderno o meglio ciò che cerchiamo di essere. Per altri versi Michael è il vero alter ego di Stieg Larsson. Blomqvist nei libri è un donnaiolo incredibile e nei film abbiamo tagliato oltre venti avventure di Michael. Io come lui amo profondamente le donne, amo parlar con loro soprattutto perché quando ti fanno le domande non sanno già le risposte come spesso accade quando parli con gli uomini”.

Ma la vera forza del film, action thriller con venature gialle, è l’interpretazione strepitosa di Noomi Rapace che davvero sparisce dietro la corrucciata maschera di Lisbeth, abile a celare l’orrore nascosto dietro una giovinezza da dimenticare tra ricoveri in ospedali psichiatrici e vari abusi. Sono proprio le dinamiche famigliari ad essere al centro di questo secondo episodio che si incendia nel gran bel finale horror, di rara efficacia, che cita "Antichrist" di Von Trier con l’apparizione gotica di uno dei ‘tre mendicanti’, il daino, simbolo dell’”aborto filiale”, ossia della morte del sentimento nel rapporto, in questo caso, tra padre e figlia. 

Il terzo e ultimo capitolo, "La regina dei castelli di carta", sarà nelle sale in primavera.

Leggi   Hollywood, LGBT ma non troppo: nei film tanti maschi gay bianchi
Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...