Sean Penn ex divo rock dal look gender per sorrentino

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Intriga lo strambo road-movie "This Must Be The Place" col due volte premio Oscar nei panni dark di un'ex-rockstar alla ricerca di un nazista. Meglio la prima parte...

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Una nuvola vaporosa di capelli neri con ciuffo ribelle che s’ammoscia pigramente su un volto imbiancato con melanconici occhi truccati di nero e rossetto marcato, quasi un’eccentrica via di mezzo tra Robert Smith e Alice Cooper. È il look gender di Cheyenne, rockstar in disarmo con voce stridula e movimenti rallentati, interpretata da un inedito (ed eccellente) Sean Penn in grado di bucare lo schermo al semplice apparire in total black nel nuovo, intrigante lavoro di Paolo Sorrentino, "This Must Be The Place", strambo road-movie creativo e deviante in uscita domani nelle sale.

Un’opera stereofonica dalla doppia anima: la prima è più consona alla vena ironico-grottesca del regista napoletano de "Il Divo" ed emerge nella prima mezz’ora ("Sorrentino fa film rapidi su persone lente e film divertenti su persone tristi" ha dichiarato Penn). Fa sorridere, infatti, la descrizione straniante della vita annoiata dell’ex stella rock, in prepensionamento causa trauma emotivo, in una lussuosa villa dublinese nella cui piscina vuota passa il tempo a giocare a squash con l’androgina moglie pompiere Jane (una strepitosa Frances McDormand molto ‘butch’) quando non si mette a vagare con la groupie dark sedicenne Mary (Eve Dawson, figlia di Bono, leader degli U2) per centri commerciali dove qualcuno, ancora, lo riconosce.

Segue un road-movie più tradizionale attraverso gli States, in cui Sorrentino esibisce la sua bravura virtuosistica con sofisticati movimenti di macchina e immagini grandangolari di seducente bellezza che giustificano il corposo budget sui 30 milioni di dollari (rimarchevole la fotografia del grande Luca Bigazzi) ma mette troppa carne al fuoco innestando un tema ‘forte’ che resta un po’ estraneo al suo stile: Cheyenne è alla ricerca di un criminale nazista inseguito per trent’anni dal padre fino alla morte di quest’ultimo, che temeva una presunta omosessualità del figlio quando lo vedeva colorarsi le ciglia e con cui Cheyenne aveva un pessimo rapporto.

Da antologia la colonna sonora, col leggendario David Byrne dei Talking Heads che interpreta se stesso e canta proprio "This Must Be The Place" su un immaginifico set casalingo in cui i mobili sfidano la forza di gravità. Anche i brani del demo della fantomatica band "Pieces of Shit" che Cheyenne sente in continuazione sono in realtà stati scritti dallo stesso Byrne.

Ma il motivo primario per vedere il film di Sorrentino resta il due volte premio Oscar (la seconda statuetta fu vinta per il ruolo da protagonista in "Milk") in una sottile interpretazione che infonde umanità a una maschera a perenne rischio di ridicolo – ma come si può doppiare in italiano? – e afferma la sua diversità estetica come specchio deformante di una rassegnazione esistenziale alla ricerca di un senso rivitalizzante che lo liberi da quell’ingombrante ‘peso morale’ simboleggiato dal fedele trolley. Per trovare, finalmente, un posto dove stare. E stare bene.

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