SESSO CHOC NEL DESERTO

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Il più agghiacciante stupro gay del cinema sconcerta il festival di Venezia. E' '29 palms' di Dumont, accolto malamente. Affascina, invece 'I cinque ostacoli' di Von Trier.

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VENEZIA – Sconcerto, fughe in massa dalla sala, risate plateali, sonore disapprovazioni: è stato accolto malissimo a Venezia ‘29 Palms‘, il nuovo film estremo di Bruno Dumont, autore degli intensi ‘L’età inquieta’ e ‘L’umanità’, dallo stile bressoniano, glaciale e rigoroso ma che qui si perde in una deriva contemplativa che ha un senso solo nella violentissima parte finale che contiene uno degli stupri gay più realistici e choccanti mai apparsi sullo schermo.

Un fotografo bruno dall’espressione idiota e la sua fascinosa ragazza dell’est (David Wissak e Katia Golubeva) si ritrovano su una grossa jeep nel deserto americano di Joshua Tree in direzione della cittadina di ’29 Palms’. Per un’ora e mezza di film (lunghe ed estenuanti inquadrature quasi sempre fisse) non incontrano mai nessuno, fanno sesso violento sulle pietre, in piscina, in un motel, senza parole ma con gemiti infiniti. Poi iniziano gli screzi, dovuti al fatto che lei non sa guidare e ha leggermente danneggiato la portiera destra. Bisticciano, lei se ne vuole andare. Dopo l’ennesima, infinita tappa nel deserto i due vengono tamponati da un’altra jeep: lui viene bastonato a sangue e stuprato selvaggiamente da un tipo calvo, lei picchiata da un altro. Dopo questo trauma lui non si riprende, si rade come il violentatore, scatena a sua volta la rabbia su di lei.

Dumont ha sempre cercato di descrivere con freddezza la brutale animalità insita nell’essere umano e nel suo approcciarsi al mistero del sesso con uno stile affascinante ma qui resta in superficie descrivendo accoppiamenti frenetici fini a se stessi, noiosi e annoianti (con applausi del pubblico quando il protagonista si scatena in urla prolungate gridando ‘I’m coming!!!’, urla ripetute poi dal violentatore). Ma forse sta in questo la provocazione del regista che in conferenza stampa ha dichiarato: “Il mio è un film semplice. Non è un’esperienza razionale. Lavoro con la mia pancia e voi dovete vederlo con la pancia. Quel deserto mi ha evocato paura. Una sensazione di paura generata da tale immensità. Mi è sembrato inutile però scrivere scene con dialoghi e spiegazioni, né mostrare le cause delle liti. Sarebbe stato superfluo. Mi bastava filmare il deserto e far entrare un attore in campo perché il film continuasse”.

Molto meglio l’originalissimo film presentato in Controcorrente ‘The five obstructions‘, ‘I cinque ostacoli’ di Lars Von Trier e Jorgen Leth in cui il maestro danese fa rifare cinque volte al regista e amico Leth un suo corto del 1967 ‘L’uomo perfetto’ obbligandolo a rispettare alcune regole similDogma come non usare più di 12 fotogrammi a inquadratura, girarlo a Cuba o a Bombay, farne un cartone animato. Ogni volta Leth, sempre più stressato, torna da Lars che non è mai soddisfatto e lo invita a mangiar caviale e bere vodka a mezzogiorno per migliorarsi. L’ultimo corto lo girerà proprio Lars obbligando Leth a firmarne la regia senza averlo visto.

Film teorico sulle possibilità creative garantite dall’imperfezione umana (come si muove un uomo perfetto? Che cosa fa? Come cade per terra?) ricorda le prove da superare per trovare se stessi nei libri di Paulo Coelho e arriva a sofisticate conclusioni sulle suggestive limitazioni imposte dal mezzo cinema (quanto devo manipolare me stesso e gli spettatori per convincermi di fare un bel film?) senza dribblarne le implicazioni morali (Lars chiede a Leth se riprenderebbe un bambino morente in un campo profughi). Giocoso e divertente, è stato applaudito a lungo dal pubblico. Intanto ci si avvicina alla serata dei Leoni. In pole position lo scabrissimo film russo ‘Il ritorno’di Andrej Zvjagintsev e l’italiano ‘Buongiorno, Notte’ di Marco Bellocchio. A sabato i ruggiti finali.

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