SESSO & MUSICA AL TOGAY

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Il festival torinese si tinge di luce rossa: porno, orge e improvvisati live show di gigolò animano la sala. Tanta buona musica con l'omaggio a Giuni Russo e...

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TORINO – Alle due ‘X’ del ventesimo Togay se ne potrebbe aggiungere una terza solo per suggerire uno dei trend di quest’anno: il sesso. Tanto sesso (esplicito, pornografico e spesso multiplo) si ripete in molti titoli presentati a ‘Da Sodoma a Hollywood’:

addirittura alla proiezione del corto ‘Hypergolique‘, interrotta per un problema tecnico, il protagonista HPG, attore porno e gigolò, è salito sul palco in slip e ha raccontato la genesi del film (costato 25000 euro) invitando il pubblico a contare fino a dieci per fargli venire un’erezione ‘senza mani’ (ma l’esperimento non è riuscito). Orge riprese agli infrarossi in una dark si son viste in ‘Ecco homo‘ di Rémy Yadan con la bella musica di John Cage e una masturbazione con glande in primissimo piano ed eiaculazione finale è in sintesi ‘Les stances de Dzyan‘ di Hervé Joseph Lebrun.

Affollamento senza precedenti (e replica il giorno dopo perché molti sono rimasti fuori dalla sala) per il porno danese ‘H.M.C.B. – Hot Men Cool Boyz‘ di Knud Versteskov prodotto dalla Zentropa di Lars Von Trier. Sei tableaux vivants riproducono altrettanti scenari hard: una foresta, un’orgia romana, una piscinetta gonfiabile (con tanto di paperelle di plastica), un onanista in divisa, un altro davanti a Internet e una sessione sadomaso con sfondi ricostruiti al computer che danno un senso di artificialità anni ’80 molto antierotico. Fuga in massa dopo mezz’ora e sala svuotata in un battibaleno (e a ragione: qualsiasi porno della Colt o di Cadinot è molto meglio). Unico motivo di interesse il corpo interamente tatuato della star Ron Athey che intervalla i vari episodi con commenti erotici e che compare nell’unica inquadratura intrigante sui titoli di coda in cui fa apparire dal retto un metro e mezzo di catena argentata.

Anche nel brutto film in concorso ‘Eros thérapie‘ di Danièle Dubroux, uno scombinato pastiche con Melvil Poupaud e Julie Depardieu, compare una strana clinica psicologica in cui si sottopongono i pazienti a umiliazioni sadomaso tra tute di lattice e frustini di pelle nera. Nel video ‘Protège-moi‘ di Gaspar Noé con musica (bella e allarmante) dei Placebo un’orgia bisex virata in rosso carminio viene ripresa in un unico, lungo piano sequenza.

Altro tema ricorrente quest’anno, la musica: oltre a un’intero programma di videoclip organizzato con la collaborazione di MTV che spazia dagli anni ’90 a oggi (nel suggestivo ‘The Jag‘ dei Micronauts con la regia di Gregg Araki un ragazzo seduce con lo sguardo i clienti di un supermercato facendoli spogliare mentre fanno la spesa) sono molti i film in cui la colonna sonora è una vera protagonista: nell’impersonale ‘Cazuza – Il tempo non si ferma‘ (foto) di Walter Carvalho e Sandra Werneck si vedono molti concerti della star brasiliana che dà il titolo del film ripercorrendo la sua vita dagli inizi della carriera fino alla morte nel 1990 a soli 32 anni.

Forti emozioni invece alla proiezione di ‘Napoli che canta‘, un film muto del 1926 ritrovato dalla George Eastman House nel 2000 e firmato da Roberto Leone Roberti, padre di Sergio Leone, con splendide immagini di una Napoli radiosa e solare. In questa versione restaurata è possibile ascoltare un virtuoso accompagnamento vocale di Giuni Russo. Presente in sala (e accolta con una standing ovation del pubblico) la compagna per 36 anni di Giuni, Maria Antonietta Sisini, autrice di un video/collage di partecipazioni televisive della cantante, ‘Piccola Grande Giuni‘ e fondatrice dell’associazione ‘Giuni Russo – la sua figura’ che si batte per preservare la memoria della cantante (dovrebbe uscire prossimamente un dvd con materiale inedito).

Insieme a lei è intervenuta la critica musicale de La Stampa Marinella Venegoni che nel catalogo del Festival ricorda: «Giuni Russo è stata una voce unica, di cui non si vedono all’orizzonte nemmeno lontani epigoni. Quella sua unicità ha preteso di gestire alla propria maniera, in un percorso difficile e spesso spericolato, spesso in conflitto con le convenzioni. Ma, nella dolorosissima fine dell’esperienza umana, la sua ostinazione artistica ha fruttato un bottino complessivo assai godibile, e consolatorio per chi continua ad amarla e ricordarla ascoltando i suoi dischi: ognuno una vera e propria impresa, sempre realizzata a costo di grandi battaglie personali».

Un uso particolare del suono è riscontrabile anche nell’estenuante e faticosissimo film in concorso ‘Tropical Malady‘ di Apichatpong Weerasethakul (uscirà venerdì nelle sale distribuito dall’Istituto Luce) in cui il tenero amore tra il soldato Keng e il ragazzo di campagna Tong viene interrotto dalla sparizione di quest’ultimo e dalla comparsa di una strana creatura che uccide le mucche della zona: i caldi rumori della città, le allegre canzoni dei pub della zona vengono improvvisamente sostituiti dai misteriosi rumori della giungla. Keng inizia a vagare per la foresta alla sua ricerca mentre pannelli descrittivi raccontano la leggenda di uno sciamano che parla di trasformazioni di uomini in tigri. Lui rischia di impazzire sentendo persino parlare le scimmie e ricoprendosi il corpo col fango del terreno paludoso. Il fidanzato ricompare poi nudo e completamente tatuato ma forse è solo il fantasma dell’uomo che ha amato. Insostenibilmente lento e prolisso soprattutto nella seconda parte che non porta a nessun esito narrativo, ha messo a dura prova il pubblico del Festival che gli ha regalato un timido applauso.

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