SPIKE LEESBO E PELLE CHE SCOTTA

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'Mysterious Skin' sconvolge Venezia con immagini di sesso gay. Una pessima Bellucci in 'She hate me' manifesto lesbico del regista nero. Splendido 'Mar adentro' del gay Amenàbar.

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Due potenti film a tematica omosessuale hanno infiammato il pubblico del Lido, toccato da un tema che evidentemente appassiona: il rapporto tra omosessualità e filiazione.

Nell’intenso ‘Mysterious Skin‘ di Gregg Araki accolto calorosamente da un applauso di quindici minuti e un’ovazione per il cast presente in sala, un trauma psicologico è la ragione di un blank di diversi minuti nella memoria di un bambino problematico di otto anni, Brian Lackey (Brady Corbet): si ricorda solo di essersi svegliato col naso sanguinante nel giardino dietro casa. Si lega allo spregiudicato Neil, bruno dall’aria furbastra (Joseph Gordon-Levitt) che si prostituisce per strada e sa tutto di quel giorno. L’innamoramento di Neil bambino per il bell’allenatore biondo e baffuto è la chiave per scoprire cos’è successo tra le quattro mura dell’abitazione di Neil. Tra i film più riusciti di Araki (‘Doom Generation’), è una specie di fiaba nera alternativamente dura e tenera, con scene di sesso e violenza molto forti ma che inizia soavemente: l’amicizia paterna del coach per il ragazzo sembra pura e iniziatrice di una serena scoperta dell’omosessualità del bambino e i giochi fatti insieme sembrano quelli tra un padre amorevole e il figlio ansioso di conoscere il mondo.

Ma il desiderio si spinge troppo in là e l’impossibilità dei ragazzi di capire i sentimenti dell’uomo porteranno a conseguenze disastrose. Molto lirico e appassionato anche se con qualche accondiscendenza di troppo nei confronti dei suoi amati personaggi – difetto tipico di molti teen movies americani – è tratto da un romanzo di Scott Heim, inserito dal New York Times in un elenco tra ‘i 30 artisti sotto i 30 anni che cambieranno la cultura americana nei prossimi 30 anni’.

Il sesso gay e la violenza espliciti (un uomo virile si fa penetrare e fistare dal ragazzo, un ingoio di sperma fa quasi soffocare un cliente e in una scena horror avviene un mezzo massacro in una vasca da bagno) turberanno non poco il pubblico italiano e sicuramente faranno infuriare la Chiesa (viene distribuito da Metacinema). Araki ha rilasciato un’intervista a Gay.it di prossima pubblicazione.

Le lesbiche avranno invece finalmente il loro film-manifesto grazie a ‘She hate me‘ di Spike Lee, bella commedia drammatica molto politica su un dirigente nero di un’azienda biotech, Jack, che viene licenziato perché ne svela le trame con la Commissione per il controllo della Borsa e dei Titoli.

Senza lavoro e destabilizzato psicologicamente, accetta la profferta della bella ex fidanzata Fatima ora lesbica che piomba a casa sua con la bella fidanzata proponendogli di metterla incinta rinunciando però a tutti i diritti sulla paternità. Così facendo entra in un business da 10000 dollari a prestazione offrendo giri di lenzuola a un gruppo di agguerrite lesbiche (la butch, l’orientale zen, la business woman e via dicendo) che vogliono diventare madri. Quando arriva la bella italiana Simona a pretendere un pargolo (Monica Bellocci che come al solito recita male e non ha potuto arrivare al Lido perché in stato avanzato di gravidanza) Jack si invischia col papà di lei, il boss mafioso Buonasera, e i suoi ex datori di lavori che lo porteranno in tribunale. E’ un film orgogliosamente lesbico, quello di Lee, e l’ironia sull’uomo oggetto che ha per millenni dettato legge sull’universo femminile, funziona e diverte: l’idea di fondo è che Spike Lee abbia voluto dimostrare che anche le lesbiche sono un gruppo organizzato desideroso di far valere i propri diritti, anche se il finale documentaristico è un po’ didascalico. “Il maschio etero è nell’angolo nel mio film, ma teniamo presente che è un approccio volutamente estremo. Ci divertivamo a vedere questo superstallone in crisi” ha dichiarato Lee. “Riguardo al matrimonio tra due persone dello stesso sesso non è una gran cosa per come è considerato in America. Metà della gente lo ama, l’altra metà lo odia. Anche le lesbiche non la pensano nello stesso modo a riguardo. Mi interessava parlare di relazioni: Jack ha fatto 19 bambini con 18 donne diverse, a suo modo voleva avere una famiglia. Non si tratta però di una fantasia del maschio americano: rischia di diventare un incubo. Con Bush sono in totale disaccordo tranne che per un argomento: come lui sono completamente contrario alla clonazione.”

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Nel mediocre film tedesco ‘Agnese e i suoi fratelli‘ di Oskar Röhler, l’Agnese del titolo è un transessuale che fa la ballerina in discoteca, ha problemi di salute e si lega al fratello sessuomane che si diverte a spiare nei gabinetti della biblioteca dove lavora. Il terzo fratello è un politico nevrotico con figlio videomaniaco (lo riprende persino mentre defeca) e moglie disinnamorata.

In parte grottesco e in parte rigidamente serioso, è il classico film teutonico difficilmente esportabile in cui i personaggi fanno di tutto per evitare l’immedesimazione dello spettatore.

Nel melodrammatico ‘Hu Die‘ (‘Farfalla’) dell’assistente alla regia di ‘In the Mood for Love’ di Wong-Kar Wai, Yan Yan Mak, presentato nella Settimana della Critica, una insegnante hongkonghese si innamora di una giovane incontrata al supermercato e rivive un amore lesbico vissuto durante l’adolescenza. Contemporaneamente un’altra coppia di ragazze lotta contro i pregiudizi persistenti nella società contemporanea.

Il migliore film del concorso è per ora ‘Mar adentro‘ di Alejandro Amenàbar, il regista di ‘The Others’. Senza pietismi o luoghi comuni, affronta con passione il dramma di un tetraplegico, Ramon (Javier Bardem, titanicamente bravo) immobilizzato in un letto da trent’anni dopo aver battuto la testa tuffandosi in mare. Desidera morire ma combatte con la legge che vieta l’eutanasia ed è circondato da una famiglia amorevole che cerca di fargli ritrovare la voglia di vivere.

L’amore della bella Rosa potrebbe salvarlo e fargli cambiare decisione. Molto critico nei confronti di come l’eutanasia è vista dalla Chiesa spagnola (la scena del dialogo col prete sulla carrozzina è esemplare), è un inno alla libertà di scelta e all’autonomia dell’individuo. E con ‘Mar adentro’ Amenàbar è ufficialmente out, essendosi dichiarato gay qualche giorno fa in Spagna sulla rivista ‘Shangay’ che gli ha dedicato la copertina (si vede il suo volto che galleggia sull’acqua). Lui ha dichiarato di “non avere alcun problema con nessuno e di vivere normalmente l’omosessualità”.

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