Cannes, triplo trionfo per 120 Battements par Minute: Grand Prix, Fipresci e Queer Palm

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Delusione suprema della giuria di Almodovar: la Palma d’Oro va al giochetto The Square ma 120 Battements par Minute lo divora con tre premi di massima autorevolezza.

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Pedrito, ma che hai combinato? Invece di darci la Palma più ovvia, la più giusta, la più immediata, Pedro Almodovar ci sorprende con una Palma d’Oro a dir poco disturbante, quella data all’originale The Square dello svedese Ruben Östlund, un giochino per miliardari su un’installazione d’arte contemporanea quadrata ideata dal fascinoso direttore di un Museo di Arte Contemporanea (“Un santuario di confidenza e benevolenza in cui abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri“).

Un film cerebrale e criptico sulla fragilità dell’alta borghesia piuttosto vacuo, con un’ideuzza sul sovranismo e i sistemi semichiusi (come un’aula scolastica, una palestra o un’azienda), costruita come una serie di tableaux vivants glam e smaltati. Era meritevole al più del Prix du Jury.

Invece il magnifico 120 Battements par Minute può vantarsi del premio Fipresci, l’aureola più luminescente del Festival, quello della critica internazionale, e una bella Queer Palm assegnata al Silencio di Cannes a un party che resterà negli anni tra i più riusciti, con musiche splendide del presidente della Queer Palm, Travis Mathews, regista di grande creatività che ci ha concesso un’intervista esclusiva di prossima pubblicazione.

Così, quando sembrava ormai cosa fatta, per colpa di una giuria ottusa e disarmonica, il capolavoro gay 120 Battements par Minute di Robin Campillo si deve accontentare del Grand Prix du Jury. Un capolavoro, certo, che non ha bisogno del lancio internazionale come la briciola svedese, ma che parla con la voce dei morti di AIDS, con lo spirito dei dimenticati, con l’energia perduta delle loro vite, del loro entusiasmo, del loro attaccamento alla vita.

Il resto è fuffa: l’edizione del Settantesimo è stata la più brutta del nuovo millennio, con opere inguardabili, mortifere e sataniche, come il glaciale Happy End di Michael Haneke sulla putrefazione di una famiglia altoborghese o il soffocante The Killing of a Sacred Deer, in grado di umiliare tre corpi minorenni con una tramina perversa sulla sindrome da accerchiamento. La giuria ha pure dimenticato il lirico e profondo giapponese Hikari (Luce) di Naomi Kawase sul ritorno alla vita per amore di un fotografo impotente e un regista semicieco illuminati dall’amore per una donna.

Sul resto del Palmarès stendiamo un velo pietoso, a parte che il bel russo Loveless meritava la migliore regia e invece vince il Prix du Jury mentre The Killing of a Sacred Deer (era da lanciare il giovane Barry Keoghan, bravissimo) prende un premietto diviso in due, la migliore sceneggiatura insieme all’interessante ma un po’ prevedibile You Were Never Really Here di Lynne Ramsay sulle allucinazioni di un veterano, con un bravissimo Joaquin Phoenix (ma è un’interpretazione più fisica – ingrassato, inguardabile – che ispirata).

Alla conferenza stampa della Giuria, accolta in completo silenzio dai giornalisti, abbiamo gridato ‘Vergogna!’ mostrando un foglio con scritto “120 BPM = Chef d’Oeuvre (Capolavoro)” sullo stile delle provocazioni di Act Up (non ci sembrava il caso di scrocchiare le dita come alle loro assemblee!). Alla domanda rivolta ad Almodovar: “Com’è stato non poter dare la Palma d’Oro a 120 BPM, visto che lei è da sempre uno strenuo difensore dei diritti lgbt?” il Maestro manchego ha risposto:Ho amato il film, mi ha molto toccato, dall’inizio alla fine. La giuria era democratica, io sono solo la nona parte di questa giuria. Un’ampia maggioranza di noi giurati l’ha molto amato. Sono certo che avrà enorme successo ovunque“.

“Campillo racconta la storia di veri eroi che hanno salvato tante vite – continua Pedro con la voce rotta dall’emozione – abbiamo preso coscienza di ciò”.

Non era mai stata accolta così male a Cannes una giuria ufficiale, che tristezza.

Non merita che tre righe l’orrendo L’amant double di François Ozon, erotichello anni ’70 con ridicola scena di sodomia comprendente mutandelle e dildo di Marine Vacht (“Ho lavorato d’instinto”, ci ha detto un po’ spaesata quando le abbiamo chiesto come ha preparato il personaggio), eccitata da due gemelli interpretati da Jérémie Rénier che si baciano per eccitare il pubblico femminile.

I film più belli erano alla Quinzaine, ormai vivaio vitale, sorgente di cinescoperte magnifiche: ecco The Florida Project di Sean Baker, autore del trans Tangerine, su una bimbetta con madre malefica in un resort finto-fiabesco che trova la salvezza in un’amichetta coetanea (fiume di lacrime!) e il divino Jeannette di Bruno Dumont, musical mistico sulla giovinezza di Giovanna D’Arco, applauditissimo e ispirato, davvero illuminante per capire come si è evoluta la travolgente personalità della Pulzella di Orléans.

Sia 120 Battements par Minute che The Square saranno distribuiti in Italia da Teodora.

Di solito, se Cannes va male, Venezia è trionfale. Appuntamento al Lido a settembre.

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