TUTTI SU MIA MADRE

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Sesso, incesto e morte. Dal romanzo incompiuto di Bataille, "Ma mère" è uno dei film più estremi, più tremendi, più inutili e più arrogantemente pretenziosi degli ultimi tempi.

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«Io penso come una ragazza si spoglia» scriveva nei ‘Metodi di Meditazione’ uno dei pensatori francesi più controversi del secolo scorso, Georges Bataille, autore di quei sulfurei ‘Ano solare’ e ‘L’erotismo’ che lo fecero definire dagli intellettuali francesi dell’epoca ‘scrittore inclassificabile’. Bibliotecario cattolico e poi marxista, ossessionato dal bisogno di dominio dell’uomo sulla natura per sconfiggere i fantasmi di thanatos allo scopo di garantire il trionfo di eros (e secondo lui gli unici metodi erano tre: la festa, il sacrificio oppure l’orgia), scrisse nel 1955 un romanzo misticamente criptico rimasto incompiuto, ‘Ma mère‘ (‘Mia madre‘).

Da quest’opera misteriosa Christophe Honoré, autore del luttuoso ‘17 volte Cécile Cassard‘, ossessionato dal tema della morte e della sua impossibile elaborazione senza l’aiuto dell’amore sublime, ha realizzato uno dei film più estremi, più tremendi, più inutili e più arrogantemente pretenziosi degli ultimi tempi.

Ed è un vero peccato, poiché la protagonista è una delle più brave attrici contemporanee, Isabelle Huppert, ultimamente troppo ancorata al ruolo della nevrotica maledetta che le calza come un guanto ma che le ha fatto fare scelte pessime (vedi il surreal-scemo ‘Deux‘ di Schroeter oppure il filosofico-indecifrabile ‘Il tempo dei lupi‘ di Michael Haneke).

La trama è poco più di un canovaccio: un ragazzo diciassettenne, Pierre (il fascinoso Louis Garrel di ‘The Dreamers‘) nutre un irrisolto e ricambiato amore edipico per la madre prostituta e dopo la morte del padre la loro relazione si intensifica: lei lo incita ad avere una ragazza ma lui scopre che è lei a cercare le donne. In una grande casa alle Canarie i due cercano nel sesso reiterato una forma di consolazione alla loro infelicità e quando la madre si deve allontanare i giochi erotici diventano sempre più sadomasochistici. Intanto lui ogni tanto cade in crisi mistica completamente ipnotizzato in un deserto assolato mentre un gruppo di turisti lo osserva allibito.

Già dopo 20 minuti di film lo spettatore capisce di essere di fronte alla fantozziana ‘boiata pazzesca’: la storia non va né avanti e né indietro e se ci si accontenta delle scene di sesso (ridicole e girate male) si può arrivare indenni alla fine. La madre invereconda si fa una ragazza in macchina mentre questa chiede al figlio se può voluttuosamente rimmarlo (ovvero leccargli l’ano, pratica tra l’altro molto pericolosa perché veicolo dell’epatite A); due ragazzi gay frequentano Pierre e uno di loro gli racconta che un serial killer collezionatore di teste gli ha inciso una sorta di secondo ombelico sopra il pube e col getto rosso ne ha fatto un sanguinaccio (‘sta gran metafora: dalla ferita primaria a quella secondaria); quando subentra un’altra ragazza il gruppo di sfaccendati si scatena in orge plastiche in piscina in cui si moltiplicano le fantasie sadiane. Pierre, nella scena più comica, arriva addirittura a masturbarsi convulsamente davanti al cadavere della madre.

La Huppert è algida, altera e imperturbabile come sempre (e non solo quando è morta) ma la sua colta eleganza qui diventa solo posa. I difetti tipici di certo cinema francese snob e autoreferenziale sono qui dilatati all’eccesso: recitazione tra l’enfatico e il finto addolorato, citazioni inopinate di Bataille (dichiarate al vento come oracoli della Sibilla), sceneggiatura inesistente che vuol solo declamare la bellezza dei testi dell’autore e il desiderio di far scandalo a tutti i costi.

Pubblicizzato scioccamente in Italia con frasi del tipo «rifiutato nella selezione ufficiale di Cannes e accolto con enorme interesse di critica e pubblico a Parigi» oppure «una discesa nei sentimenti e sogni inconfessabili», è uno di quegli insostenibili film-pozzo, ovvero quelli davanti ai quali vorresti abbandonare la sala dopo cinque minuti consapevole dell’idiozia dell’operazione. Il regista ha dichiarato sentenziosamente: «Ho trasposto il romanzo all’epoca attuale e ho cercato di vedere in che cosa poteva persistere il lato trasgressivo di questa storia». La risposta è semplice: non c’è alcuna trasgressione a parte la pruderie voyeuristica e l’intento provocatorio di Honoré cade nel vuoto. E peccato che non faccia nemmeno ridere.

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