UN TRAVESTITO IN MEZZO AI CAMPI

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Un rude contadino con l'hobby del travestitismo è il protagonista di 'The Real Dirt On Farmer John' di Taggart Siegel, strabiliante documentario vincitore a 'Cinemambiente' e amato persino...

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«Incredibilmente speciale… Una storia vera e appassionante raccontata con humour e capacità d’osservazione» così l’ha definito nientemeno che Al Gore, ex vicepresidente degli Usa la cui anima profondamente ambientalista non gli ha fatto sfuggire questa vera perla cinematografica: The Real Dirt On Farmer John (La sporca verità sul contadino John) di Taggart Siegel, uno strabiliante documentario che in America ha esaltato sia la critica (il severo decano Roger Ebert gli dà 3 stellette e mezzo su 4) che il pubblico festivaliero – ha trionfato in una ventina di manifestazioni da Nashville a San Francisco passando per lo Slamdance – mentre da noi ha appena vinto Cinemambiente, interessante festival dedicato all’ecologia conclusosi con successo a Torino.

E c’era davvero da aspettarsi che questo film intenso e bizzarro sbaragliasse come un tornado gli agguerriti avversari: al termine della proiezione ufficiale un convinto applauso di cinque minuti ha accolto sul palco il regista Taggart Siegel e il protagonista John Peterson, ossia ‘il contadino John’ ultracinquantenne che è la vera star del documentario. Personaggio davvero non convenzionale questo vulcanico agricoltore di Caledonia (Illinois) con l’hobby del travestitismo – memorabile la scena in cui guida un gigantesco trattore vestito da donna – e proprietario di una piccola fattoria che negli anni ’70 è stata la sede di una movimentata comunità hippy accusata di satanismo orgiastico.

Nel film si racconta tutta l’incredibile storia di questa insolita impresa agricola, costretta a chiudere per debiti negli anni ’80 ma anche per colpa di un incendio doloso che l’ha distrutta in parte e poi risorta negli anni ’90 come azienda ecobiologica, la Angelic Organics, i cui prodotti vengono oggi acquistati da ben 1200 famiglie nell’area abitativa intorno a Chicago.

Trasmette un’aura davvero positiva questo curioso contadino ultracinquantenne che si è presentato all’intervista con l’insolito look esibito tra lo stupore generale al Cinema Massimo: uno splendido boa arcobaleno con dominante verde e Avana mozzato tra i denti. Mancavano solo le antennine da ape che indossa nella scena finale del film (dove si vede in drag nelle vesti di una sorta di Ape Maia in acido) che però non mancavano durante la presentazione ufficiale. Insieme a lui abbiamo conosciuto il più sobrio regista Taggart Siegel, il cui forte legame col protagonista – un’amicizia che dura da 25 anni – li fa sembrare davvero una coppia solida e complice.

Come nasce un progetto così bizzarro?
Taggart Siegel – Le prime riprese su John risalgono al 1979..

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Come nasce un progetto così bizzarro?
Taggart Siegel – Le prime riprese su John risalgono al 1979, erano in Super8, mentre quelle fatte da John, relative ai video sulla sua famiglia, risalgono alla sua infanzia. La parte più recente, invece, è stata girata in digitale. Per montarlo ho impiegato nove anni. Ho usato soldi miei e poi ho avuto un finanziamento grazie a una piccola tv americana. Abbiamo quindi trovato una distribuzione negli Usa e in Germania, ora cerchiamo di venderlo in altre nazioni europee.

Non è un film strettamente gay poiché il tema centrale non è la sessualità, eppure è un film che trasuda ‘queerness’, che ne pensate?

T. S.- La nostra amicizia di 25 anni è un esempio di come siamo ‘differenti’, non importa se gay o etero. Ma che cos’è l’eterosessualità, dopotutto, oggi? Il travestimento è una sorta di celebrazione che John ama ed è tipica della cultura gay anche se noi siamo entrambi sessualmente etero.

John Peterson – Si può essere diversi in molti modi. Negli anni ’70, nella Midwest Coast, pensavano che fossi gay e ho vissuto sulla mia pelle molti pregiudizi: dicevano che ero un ‘pervertito omosessuale’, che organizzavo orge nella fattoria. È tipico della gente che non è d’accordo con le tue idee e allora tira fuori la parola ‘omosessuale’ come un insulto. Ho dovuto analizzare a lungo che cosa significasse: essere gay vuol dire non avere alcun tipo di aiuto, vedere la gente che si gira dall’altra parte quando attraversi la strada? Mi sono reso conto di essere stato vittima di una quantità enorme di pregiudizi.

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Immagino che in un contesto rurale come il vostro la situazione fosse più difficile che non in una grande città…
T. S. – Sì, spesso associavano omosessualità e droga, come se fossero collegate. Molti venivano accusati automaticamente di essere spacciatori. Nella sottocultura rurale, spesso fraintesa, soprattutto a quei tempi, era difficile essere accettati se si era in qualche modo ‘diversi’. Se poi si faceva parte di gruppi dichiaratamente gay si era esclusi a priori.

J. P. – Molta gente che mi vede pensa che sia gay per il modo buffo di camminare, per come parlo. Il mio vicino che mostro nella fattoria è esemplare: ho pianto tanto per questo. E dire che facevo parte della comunità, mia madre ha insegnato per anni nella piccola scuola della zona. Mi dicevano che ‘ero molto malato’. Quando andai dallo psichiatra la diagnosi fu chiara: sei omosessuale e sei ad alto rischio di suicidio. È un’esperienza, quella di essere gay, che si può vivere in mille modi diversi, non necessariamente a livello sessuale. Un bellissimo uomo muscoloso, alla fine di una proiezione di questo film, mi ha abbracciato in lacrime dicendomi che non aveva mai visto sullo schermo ritratta così bene la vita della provincia profonda.

So che lei ha scritto una pièce gay…
J. P. – Sì, si chiama ‘Seven on a bed’ (‘Sette su un letto’, ndr). È una pièce musicale. Un estratto dice: «Posai lentamente la mia faccia sulle sue splendide labbra, così morbide e dolci. La mia lingua esplorava i più lontani recessi della sua bocca come se stesse immergendosi nell’acqua più pura della Terra». Diciamo che sto imparando seriamente a diventare gay!

La vita della comunità hippy, nel film, sembra però stranamente casta…
T. S. – Nella realtà c’era più sesso di come sembra dal film ma il registro non era quello, il film non è incentrato sulla sessualità di John. C’era anche una scena esplicita di John con Shannon ma l’ho tolta.

Quante persone lavorano ora nella fattoria?
J. P. – Circa sessanta persone di cui venti stabili. È una sfida continua. Questa piccola fattoria ha paradossalmente più lavoro di tutte le altre della zona, sta andando davvero bene.

Che cosa pensate della politica ambientale del governo?
J. P. – Gli Stati Uniti stanno attraversando un periodo di terrificante decadenza. Hanno messo a capo della nazione un uomo che dice: «Non cambio idea, non imparo, non ascolto».

T. S. – Chi lavora nell’agricoltura è stanco dei danni che sta facendo Bush. Gli Usa stanno diventando una nazione fascista.

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