VAN SANT, GRANDE NEL PEGGIO

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"Elephant" stravince un'edizione del Festival di Cannes da dimenticare. A bocca asciutta la Kidman e Lars von Trier. Assenti i titoli gay di rilievo. Viva il cinema?

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CANNES – ‘Elephant‘ di Gus Van Sant schiaccia i concorrenti. Con Palma d’Oro al miglior film e alla migliore regia, doppio premio che ‘trasgredisce’ una regola del gioco (non assegnare due riconoscimenti massimi allo stesso film), il gelido resoconto della giornata di due ragazzini di un liceo americano che fanno una strage, sulla falsariga del massacro di Columbine, Van Sant batte Von Trier, il grande favorito che viene trattato come un cane senza ricevere nulla (ma il sospetto è che non lo si voglia ‘viziare’ troppo poiché a Cannes Lars ha vinto quasi tutto). Con lunghi piani sequenza, quasi senza dialoghi, permeato di una strana atmosfera di morte e implacabile necessità, spesso con camera digitale posta dietro ai protagonisti come nei film similDogma dei Dardenne e nei videogames ammazzatutti, ‘Elephant‘, piccola produzione della tv via cavo HBO, prende il titolo da un film del 1989 della BBC tratto da Alan Clarke sulla violenza nell’Irlanda del Nord, ma anche da un adagio tibetano che parla di un gruppo di medici che analizzano le singole parti del corpo di un elefante senza riconoscerne la specie. Privo di interpretazioni sociologiche, senza giudizi a priori, mentre soffia un leggero vento autunnale, un ragazzo sviluppa foto, un altro soccorre con suo fratello il padre ubriaco, tre ragazze finiscono il pranzo in bagno, una viene umiliata dalle compagne perché non vuole indossare i pantaloncini, un bullo viene ignorato dall’insegnante, Alex e Eric, due ragazzini dall’aspetto angelico, uno biondo e uno bruno (gli attori non professionisti Alex Frost e Erc Deulen), fanno la doccia insieme, si baciano, forse scopano, eseguono il massacro al grido “La cosa più importante: divertiti!”.

In una premiazione senza errori, in cui Wenders ha citato grandi registi come “Losey, Pier Paolo Pasolini e Lars Von Trier”, con un porticato romano come scenografia, una Bellucci sicura di sé e fascinosa a fare da madrina, si è concluso il 56° Festival di Cannes, brutto e sfortunato, con pochi film interessanti e molte contestazioni (il critico Todd McCarthy di ‘Variety’, che ha stroncato sia Elephant che Dogville, ha sparato a zero contro gli organizzatori), minato da tragedie come il terremoto in Algeria e gli effetti post Iraq e Sars.

Nicole Kidman è stata la grande esclusa del Palmarès, alla sua magnifica ed elaboratissima interpretazione della Grace Margaret Mulligan vendicatrice in ‘Dogville‘ è stata preferita Marie-Josée Crose nel corale ‘Le invasioni barbare‘ di Denys Arcand, premiato anche per la migliore sceneggiatura, su un gruppo di amici che si ritrova al capezzale di un amico malato di cancro.

Gran Premio al film turco d’autore ‘Uzak‘ (Lontano) di Nuri Bilge Ceylano, il cui attore non ha potuto ritirare la Palma d’Oro per la migliore interpretazione perché è morto in un incidente d’auto il giorno dopo aver saputo della selezione a Cannes.

Pochi i film gay: in concorso c’era anche ‘Tiresia‘ di Bertrand Bonello su una trans brasiliana che cambia sesso due volte (in pratica da trans diventa uomo e poi nuovamente trans), uno strano dramma pasoliniano diviso in due parti, una bizzarra rilettura del mito greco dell’indovino cieco, col fascinoso Laurent Lucas, cupo ed enigmatico. Al Marchè è passato ‘Normal‘ di Jane Anderson con Jessica Lange sposa fedele di un uomo che cambia sesso ma resta a vivere in famiglia ad accudire i figli; ‘Camp‘ di Todd Graff su un gruppo di adolescenti che va a fare un campeggio e fa esperienze omo; ‘The event‘ di Thom Fitzgerald, già passato a Berlino, su un malato di Aids gay che vuole morire ma non gli viene concessa l’eutanasia; ‘Pas si grave‘ di Bernard Rapp con Sami Bouajila su tre ragazzi che vanno in Spagna a cercare un’opera d’arte e uno di loro si innamora di un maresciallo.

Meno gente e meno feste quest’anno, qualche eccentricità (Peter Greenaway che al suo memorabile party posava statuario per i fotografi e in ‘The Moab Story: The Tulse Luper Suitcases – Part I‘ mostra un pene coperto di miele su cui si poggiano mosche e insetti vari, oppure attori e aristocratici russi alla festa del russo ‘Padre e figlio‘ di Alexandr Sokurov tra piante secolari piantate sulla spiaggia).

Un’annata negativa e un po’ sconsolata, ma il cinema è come il vino, la cuvée è stata deludente.

Noi ci ricorderemo soprattutto la magnifica esposizione dedicata a Jean Cocteau al Palais (primo padrino del Festival e tre volte presidente di giuria). All’Italia è andato il premio ‘Un certain regard’ per ‘La meglio gioventù‘ di Marco Tullio Giordana, film televisivo di sei ore su sessant’anni di storia tricolore. Viva il cinema?

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