Venezia ’66: vincono l’amore gay e l’atrocità della guerra

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Trionfa lo straordinario film di Maoz sul conflitto libanese. Assoluto tripudio per Colin Firth, Coppa Volpi per “A single man” di Tom Ford, migliore film gay. Ang Lee...

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Il Leone d’Oro, quest’anno, va a un ex soldato. Ventisette anni fa, il 6 giugno 1982, l’esordiente israeliano Samuel Maoz allora ventenne, regista dello straordinario “Lebanon”, rimase segnato per sempre da questa tragica esperienza bellica uccidendo un uomo. In sei lunghi anni, ha realizzato un eccezionale film di guerra ambientato quasi interamente in un tank dove quattro carristi cercano di sopravvivere ai sensi di colpa sapendo che là fuori c’è il mondo vero, ed è più orribile del loro legame militaresco ma anche solidale: sono loro a dover mirare e uccidere. Lo spettatore è così subito proiettato all’interno di questo incubo a occhi aperti, shockato dal realismo degli ammazzamenti in soggettiva al limite della sopportabilità. Sì, “Lebanon” è atroce, sconvolgente e bellissimo. 

Un po’ d’aria – è stata la pellicola più divertente passata al Lido – l’ha fatta respirare la strepitosa commedia di Fatih Akin “Soul Kitchen” che si è aggiudicata il Premio Speciale della Giuria, sulle vicissitudini di un ristorante di Amburgo che ritrova una sua clientela grazie alla scoperta della cucina ‘fusion’ anche se i veri ‘fusi’ sono i suoi proprietari (c’è anche un accenno saffico nell’ammucchiata dopo il concerto). La migliore sceneggiatura va di diritto all’irridente “Life during wartime”, anche qui sensi di colpa ma paterni, sullo spettro pedofilia: quali traumi vengono ereditati dai figli di un condannato per abusi sessuali? Strada libera per la Coppa Volpi come migliore attore, il memorabile George Falconer interpretato da un Colin Firth sensibilissimo nei sottotoni (“Questo paese mi ha inondato di regali: l’arte, il cinema, la cucina, la grappa ma anche una moglie bellissima e due bambini meravigliosi”).

È proprio il suo George a conferire elegiaca solidità al capolavoro di Tom Ford “A Single Man”, già Queer Lion Award, concordato “guardandosi negli occhi” come ha dichiarato il presidente di giuria Ang Lee, premiato anche col Queer Lion alla carriera “per lo straordinario contributo al cinema contemporaneo ed in particolare all’immaginario queer attraverso il percorso di film e personaggi entrati nella memoria collettiva, ed in particolare per aver portato sullo schermo bellissime storie d’amore gay”. Nel ricevere il riconoscimento, il regista di “Brokeback Mountain” e “Banchetto di nozze” ha commentato: “Sono molto felice ed emozionato nel ricevere questo premio. Ci sono piccoli e grandi successi nella vita di ognuno, ma sono tutti importanti e questo è uno di loro. Ho sempre voluto raccontare storie d’amore universali nel mio cinema. Ho scelto di raccontare queste storie gay perché hanno colto la mia attenzione in tempi e modi diversi durante la mia carriera, sempre seguendo un’urgenza artistica. Vi sono grato”.

Migliore attrice la strategica Xenia Rappoport (è un’interpretazione ‘di testa’, la sua) nel cerebrale thriller La doppia ora di Capotondi anche lui esordiente, blindato nella sceneggiatura ma un po’ ingannevole nel prendersi gioco dello spettatore in due colpi di scena ad effetto.

Si conclude così con un verdetto più che ragionato – peccato forse solo per l’esclusione di “Lourdes” che ironizza sulla miracolistica, ma probabilmente si è pensato di non offendere i malati – a coronamento dell’edizione di Venezia più queer della storia che va a braccetto con l’ultimo Cannes e si è rivelata una delle migliori degli ultimi anni.

È davvero sembrato che a Venezia ci fosse una specie di carrarmato arcobaleno che cercava di opporsi all’ondata omofobica nazionale con l’unica arma possibile: la forza del cinema. Un cinema folgorante, pura passione sconvolgente, racchiusa in una corazza d’acciaio smaltato, per nulla estetizzante né leccata o laccata come qualcuno ha sostenuto, ma esteticamente mirabile e funzionale alla storia, nel capolavoro “A single man” di Tom Ford, in grado di far venire i brividi ogni qual volta due corpi si cercano, si sfiorano, si annusano, senza però alcun sospetto di maniera. E l’incontro tra Don Bachardy e Isherwood del ’53 (avevano trent’anni di differenza) sulla scia del cosiddetto ‘induismo cromatico’ amato dallo scrittore, ricorda quello tra Tom Ford e Richard Buckley, direttore di “Vogue Uomo”, vent’anni d’amore totale, minato dalla scoperta del cancro che portò Buckley ora sessantunenne proprio in Italia.

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“Negli anni ’60 gli omosessuali erano condannati all’invisibilità” ha spiegato Ford. “Erano una minoranza cui era proibito manifestarsi, senza parola. Mentre stavamo girando il film, lo Stato della California ha revocato il consenso al matrimonio tra persone dello stesso sesso”.

Ma si è anche visto un cinema bellissimo (per la presenza di Thyago Alves, rivelazione brasiliana) al contempo bruttissimo (per il finale e lo squilibrio complessivo) nel controverso e citazionista “Il compleanno” di Marco Filiberti, comunque un’opera a suo modo coraggiosa, in grado di frullare abbastanza fluidamente, in stile “Sapore di sale (grosso!)”, melò alto e basso – Visconti e Matarazzo – ma anche opera lirica, Wagner e Verdi, per arrivare alla pubblicità Maxibon, con un bel cast decisamente in parte (Michela Cescon su tutti, esclusa la divina Degli Esposti in un piccolo ruolo commovente, e Massimo Poggio quasi vibrante).

Eppure, la scena di sesso gay più ardita e selvaggia si è vista proprio qui, tra Alves e Poggio (Thyago ci ha raccontato che l’hanno girata in mezza giornata ma è stata molto impegnativa) ed è destinata, nella speranza che il film venga distribuito, a diventare un cult o a scelta ‘scult’, alla stregua della masturbazione sinuosa al ritmo di “Maledetta Primavera”.

Da segnalare anche “Il mélo ritrovato” (De Luca Editori D’Arte), il libro fotografico – ma non solo – ben fatto ed elegante che ha accompagnato il film al Lido, impreziosito da un approfondito saggio breve di Mario Dal Bello.

Ma il vero evento mediatico queer di quest’anno è stata ‘la patata bollente’ della presunta omosessualità di Clooney, rimbalzata praticamente ovunque con esiti anche baldanzosi (“Pomeriggio cinque” sottotitolava ‘Dicci la verità, George!’). La proiezione ufficiale della spiritosa commedia “The men who stare at goats” di Grant Heslov è stata interrotta due volte per problemi tecnici – circa 20 minuti di stop – proprio nella scena della colonscopia a Jeff Bridges e George si è messo a gorgheggiare un farsesco “O sole mio”! Sarà un caso?

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