Ville-Marie, quanto melò per il figlio gay di Monica Bellucci

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Nel melodramma raggelato del quebecchese Guy Édoin la nostra Monica nazionale è la mamma di un ragazzo omosessuale che vuole scoprire chi è suo padre.

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Vi ricordate quell’etereo biondino angelico di Les Amours Imaginaires, fiammeggiante triangolo sentimentale di Xavier Dolan? È un attore del Québec di origine francese e si chiama Aliocha Schneider. L’abbiamo rivisto nell’onirico dramma famigliare Closet Monster e adesso è uno dei protagonisti di Ville-Marie, sospeso melò esistenzialista presentato alla Festa del Cinema di Roma e al recente Festival Mix di Milano. Vi interpreta il ruolo di Thomas, figlio gay di una celebre attrice europea, Sophie Bernard, incarnata da Monica Bellucci, che si trova a Montreal sul set tutto in interni di un melodramma anni ’50 dal titolo Paradise Boulevard diretto da un suo amante. In questo film-nel-film si ricostruisce la vita di Sophie, in particolare proprio la nascita del figlio a cui ha sempre tenuto nascosto chi fosse il padre. Per questo motivo il rapporto tra madre e figlio è particolarmente teso e il conflitto si esaspera quando lei lo invita a cena in un ristorante di lusso dove si esibisce cantando il brano che ascoltava in continuazione quando era incinta di lui. Tanto più che lui è depresso perché appena uscito da una tormentata relazione con un ragazzo (anzi, forse non ne è uscito del tutto, visto che quando lo rivede viene coinvolto in un threesome con lui e il suo nuovo boy).

Ville MarieLa loro storia è interconnessa con quella di altri due personaggi: un’infermiera dell’ospedale del quartiere che dà il titolo al film, Marie (Pascale Bussières), e un barelliere affetto da stress post-traumatico, Pierre (Patrick Hivon). Le vicende sono legate in realtà in maniera piuttosto pindarica, per due incidenti stradali, e ricordano un po’ la struttura dell’hollywoodiano Crash e alcune opere sui capricci del destino di un altro regista canadese, Jeremy Podeswa (I cinque sensi, in cui recitava proprio la Bussières) che abbiamo un po’ perso di vista al cinema perché si è dedicato soprattutto alla televisione, dove ha diretto vari episodi di Queer As Folk e Il trono di spade.

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Ma è la presenza statuaria di Monica Bellucci a costituire il principale fulcro di interesse del film: la sua recitazione vagamente straniata funziona soprattutto nelle scene metacinematografiche di Paradise Boulevard e la monoespressività da Madonna preraffaellita ha questa volta un valore aggiunto, ossia il coraggio di mostrare senza filtri rughe e altri segni del tempo su un volto che resta di una bellezza unica. In una scena chiave, infatti, Monica entra in un bagno dell’ospedale, si toglie le splendide Louboutin, si strucca lentamente osservandosi dolente allo specchio.

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L’assenza dei padri – fantasmi o inadeguati o inesistenti – è il tema cardine di Ville-Marie che carbura piuttosto lentamente e a tratti è troppo raggelato per coinvolgere direttamente lo spettatore (la storia più riuscita è quella introspettiva di Pierre, in grado di esprimere con un singolo sguardo tutto il disagio del suo personaggio). Comunque, proprio per la presenza della Bellucci, potrebbe ambire a una distribuzione nazionale e trovare un proprio pubblico.

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