WATERS, PUERILE SPORCACCIONE

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Folla all'inaugurazione del Togay2005, con la comicità irriverente di Platinette. 'A dirty shame' apre le proiezioni, con una sfilza di bravate perverse di un gruppo di sessuomani.

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TORINO – Platea stracolma, come da tradizione, per l’inaugurazione del XX Togay. Il Teatro Nuovo al Valentino è stato invaso da una placida fiumana non solo gay (e quest’anno nessuna contestazione all’esterno) pronta ad assistere al ricco menù della serata d’apertura di ‘Da Sodoma a Hollywood’. E per la prima volta il palco del Festival è stato utilizzato per una protesta che non ha a che fare con l’omosessualità (contro la linea ferroviaria dell’Alta Velocità) rivolta soprattutto alle varie autorità presenti tra cui la neo eletta Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso.

Alla presentatrice Platinette, dopo aver introdotto il gruppo leccese dei Negramaro (foto sotto) molto ‘Francesco Renga style‘, il compito non facile di rievocare lo spirito della vera icona del Festival, quell’ineffabile Divine di cui effettivamente ci è sembrato un degno, rustico clone italiano, complice una vaporosa parrucca argentea e trucco spinto con sopracciglia optical. A lei e al direttore Giovanni Minerba i duetti più riusciti: «Sembriamo Stanlio e Ollio. Tu parla che io intanto mi controllo se c’è ancora una delle mie più care amiche, la cellulite».

«L’assessore Giuliano ha annunciato di aver aumentato il contributo al Festival – spiega Minerba – Ringrazio per l’immagine Dalidea e chi in questi venti anni ha condiviso le sue energie con noi e chi vent’anni fa ha iniziato con me quest’avventura: Ottavio».

Ecco poi il vero festeggiato, John Waters, che alla fine della proiezione del suo nuovo film ‘A dirty shame‘ (‘Che vergogna!’) ha compiuto il suo cinquantanovesimo compleanno. Magrissimo, elegante e dai modi cortesi, con baffetto sottile e occhi grandi, ha qualcosa di aristocratico e sottilmente glam che contrasta con i suoi riconosciuti titoli di re del trash e profeta del cattivo gusto dalle passioni scatologiche.

Agli applausi scroscianti ha esclamato: «Mi fate sentire come Mel Gibson!» (Un critico texano ha definito il suo film “la versione John Waters di ‘The Passion'”). «Ho avuto molti problemi di censura in America. Sono rimasto molto sorpreso che la Chiesa cattolica abbia attaccato così tanto il mio film. La critica più dura è stata però quella di mio padre 87enne. Mi ha detto: “Spero di non vederlo più”. Ho iniziato a fare film 40 anni fa, vorrei ringraziare chi ha amato almeno uno dei miei film. Non preoccupatevi se non vi piace il film di stasera: dura solo 89 minuti». Prima della sua ultima pellicola lo vediamo fare un’ironica ode al bisogno di fumare dello spettatore cinematografico in uno spot circolato negli ambienti underground degli anni ’70 (e John era ai livelli di cinque pacchetti di sigarette al giorno).

A seguire la nuova (e pessima) sigla del Festival firmata da Fabrica: alcuni ragazzi che scendono dal letto in inquadrature splitterate. Che c’entra? Meno male che subito dopo gli organizzatori hanno riproposto quella classica con le due coppie al cinema che si scoprono gay.

Ecco ‘A dirty shame‘. Ahimé, parziale delusione: è forse il film più puerile, più inoffensivo e narrativamente meno originale di Waters e diverte solo nella prima mezz’ora in cui emerge in tutta la sua fisicità la vis comica della brava Tracey Ullman (che in alcune espressioni ricorda la nostra Littizzetto) alias Sylvia Stickles, cassiera di un piccolo supermercato di Baltimora che detesta il sesso ma batte la testa e diventa ninfomane. Tutta colpa di un guru capace di far infuocare i genitali e di ‘orgasmi astrali’ che lo sollevano da terra, il meccanico Ray Ray Perkins (Johnny Knoxville), che ha un vero stuolo di undici apostoli del sesso (ognuno con la sua perversione, dall’adorazione per vomitate reciproche a chi si eccita leccando ogni schifezza), tutti convertiti all’edonismo sessuale proprio per un colpo di capo.

Chi non ne ha bisogno è la figlia di Sylvia, Caprice detta Ursula, sessuomane dalle tette himalayane, pura citazione camp della mitica Chesty Morgan, segregata in casa agli arresti domiciliari per atti osceni e la prima ad apprezzare veramente la conversione erotica della madre. Intanto la nonna Big Ethel inizia una crociata moralizzatrice che vedrà contrapporsi i ‘neuters’ contro i ‘libertines’, ovvero i ‘sex addicts’ della setta in overdose ormonale.

Il resto è una sequela slapstick di scene di massa con accoppiamenti selvaggi (persino due scoiattoli, alberi semoventi con cortecce vaginomorfe, un trio di orsi gay paciocconi), scritte ovunque anche in sovrimpressione evocanti il sesso – erezione, puttana, etc. – e testate a go-go che attivano e disattivano la libido dei personaggi. Unica scena originale il cameo di David Hasselhoff che defeca in aereo e il suo ‘prodotto’ diventa un’arma contundente contro il marito di Sylvia. Il personaggio del poliziotto con l’hobby di travestirsi da poppante rende bene lo spirito dell’opera: una giocosa e bonaria regressione all’infanzia, innocua e disimpegnata in cui anche i vecchietti dell’ospizio che osservano Sylvia sollevare una bottiglia col sesso si scandalizzano e fuggono come bambini spaventati.

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Un consiglio, indirettamente, il film lo dà: esercitarsi più spesso nello ‘scranzo’, neologismo che è la crasi di ‘scopata’ e ‘pranzo’, ovvero il sesso dopo i pasti.

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