Yes, We Milk!

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Il più importante film gay del Duemila: ecco il politico 'Milk' di Gus Van Sant. Harvey Milk come Obama: l'audacia della speranza omo c'era già negli anni '70....

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Sì, ragazzi, preparate i fazzoletti. È quasi impossibile non commuoversi fino alle lacrime nel finale di Milk, il più importante, significativo, straordinario film gay del Duemila – potrebbe diventare l’equivalente politico di quello che fu Philadelphia negli anni Novanta – firmato da quell’immenso talento cinematografico che è Gus Van Sant e meritatamente coronato da ben otto nominations agli Oscar tra cui il pentacolo "pesante" di miglior film, regia, sceneggiatura e attori (non solo un eccellente Sean Penn, la cui trasformazione mimetica è impressionante, ma anche l’imploso Josh Brolin, il rivale Dan White per nulla stereotipato).

Nel raccontare la storia vera di Harvey Bernard Milk, primo attivista gay eletto a una carica pubblica negli States (fu consigliere comunale a San Francisco), assassinato il 27 novembre 1978 a soli 48 anni, considerato dalla rivista Time uno dei cento "Heroes and Icons" del ventesimo secolo, Van Sant non è interessato a realizzare un ritratto agiografico da martire della causa gay quanto piuttosto – è questa la vera forza del film – ad indagarne la vita quotidiana per coglierne le qualità comunicative di oratore dal carisma sottile, amico/amante appassionato a suo modo fedele, capace di organizzare una fruttuosa politica "dal basso" – tutto comincia a livello strada, dal negozio di fotografie aperto insieme al

compagno Scott (James Franco, tenero e dolcissimo) – per creare una rete di confidenza e fiducia nel quartiere gay di San Francisco, Castro, a cui Van Sant non ha voluto rinunciare girando proprio nelle sue strade. Quelle strade dove la comunità gay si stava finalmente organizzando per opporsi a ferali mannaie antiqueer quali la Proposition 6 contro gli insegnanti omosessuali (suona sinistra come l’attualissima Proposition 8 che ha causato il recente annullamento dei matrimoni gay californiani) e le farneticazioni familiste della cantante battista Anita Bryant.

Un film potente, antiretorico, orgogliosamente vintage, in cui aleggia come una maledizione lo spettro della morte per suicidio (come quella di Tosca, amata dal protagonista melomane), dallo stile più classico rispetto alle innovazioni antilineari di Last Days o Paranoid Park ma non per questo meno personale: Van Sant vi innesta abilmente diverse immagini documentaristiche che gli danno un taglio meno epico e più giornalistico – viene voglia di rivedere il gran bel documentario The Times of Harvey Milk di Rob Epstein realizzato nel 1984 – senza rinunciare ad alcune magistrali inquadrature d’autore quali il riflesso "incarcerante" del fischietto insanguinato, la telefonata multipla in split screen che cita le copertine parlanti di Belli e dannati o la lunga camminata nel corridoio dell’assassino, quasi speculare alle allarmanti processioni degli studenti in Elephant.

In controtendenza rispetto al cinema queer contemporaneo, che sembra escludere il tema della militanza omosessuale e dell’associazionismo rifugiandosi molto spesso in una visione "privata" della questione gay, Milk restituisce dignità al potere e al valore sociale dell’azione politica – che spesso è compromesso, lobby, voto di scambio e soprattutto si fa in tv, media supremo già negli anni ’70! – per cambiare in meglio la vita dei cittadini, attraverso una serie di slogan-mantra in cui la parola chiave è sempre "speranza" (e le analogie con la rivoluzionaria audacia di Obama, anch’esso difensore e portavoce di una minoranza, sono certamente riconoscibili). E così, viene finalmente rivalutato l’associazionismo gay, le cui ultime generazioni sembrano piuttosto ignorare, grazie al quale si può percepire pienamente il vero senso di una comunità e dei suoi feticci (ci sono i Pride ma anche Over The Rainbow e la disco music).

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Straordinariamente coeso tutto il cast, da un magistrale Sean Penn, espressivo in ogni ruga, ai satellitari ma funzionali Emile "Phoenix" Hirsch, l’umbratile Diego Luna e la solare Alison Pill nel ruolo spalla di Anne Kronenberg, responsabile della campagna elettorale di Milk, quasi a testimoniare che le lesbiche in politica forse si espongono meno ma hanno posizioni assolutamente strategiche (Concia insegna?). L’unico freno che si percepisce è il cauto pudore di Van Sant nel trattare la questione sesso – l’euforia orgiastica degli anni ’70 resta solo immaginata – ma il vantaggio è il recupero di una dimensione affettiva che privilegia il bacio sensuale, l’abbraccio protettivo, la giocosa intimità fra innamorati.

Non potete perdervi Milk ma attenzione: vi farà piangere come lattanti!

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