21 cose malatissime del Natale in Italia – prima parte

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Dai pranzi infiniti ai dolci opulenti, passando per i giochi di carte con le zie ubriache, i presepi decadenti e i rapporti angoscianti con l'esercito dei parenti.

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Il Natale, ovunque ma qui in Italia particolarmente, si concretizza in un grande circo sfacciato, euforico e tendenzialmente un poco inquietante. Un carrozzone tragicomico fatto di cibo intossicante, shopping a casaccio, tradizioni asfissianti e tutta una serie di piccoli riti che si ripetono ogni anno, in modo pressoché identico, intessendo attorno alla persona – sicuramente anche a te che mi leggi – una trama stritolante di doveri, usanze e abitudini. Dai pranzi infiniti ai dolci opulenti, passando per i giochi di carte con le zie ubriache, i presepi decadenti, i rapporti angoscianti con l’esercito dei parenti e chili di regali da dimenticare: tutta roba che meriterebbe uno studio etnografico ad hoc, il che esula dalle nostre possibilità, ma concediamoci almeno una breve rassegna.

LA GRANDE ABBUFFATA

In Italia le cene e i pranzi di Natale sono impegni psicofisici imbarazzanti, prove di sopravvivenza reale, tornei digestivi ma poi, in definitiva, morali. Si mangia a oltranza, senza misura. I segnali del corpo non contano, conta il dictat social, il volere della tavola e di chi ci serve. Nulla deve restare intentato, i record personali vanno sfidati e superati. Si mangia tanto, tantissimo: si mangia la sera del 24 dicembre e il pranzo del 25, ma poi anche il 26. E ogni pasto prevede un numero incalcolabile di portate, a partire dai classici antipasti che impegnano, già solo quelli, bocca e stomaco per un’ora buona, finendo col saziare i membri più ragionevoli della famiglia. Ma non importa, pieni o no, si continua, bisogna finire tutto, costi quel che costi. “Ho fatto anche la lasagna, cosa faccio scusa la butto?”: la nonna, la zia, la mamma – le detentrici del potere culinario – impongono una sfilza illegale di piatti, uno più pesante dell’altro, che iniziano in men che non si dica ad essere accolti con totale sconforto dai commensali. Ma meno di così non è possibile: si sa, il Natale deve soffocarci di cibo.

I PREPARATIVI

Non si arriva in modo indolore al cenone della Vigilia e al pranzo del 25. C’è ovviamente un gran lavoro dietro i pranzi e le cene natalizie e l’artefice è in genere la mamma o la nonna di turno che, giorni e giorni prima dell’evento, inizia a munirsi del necessario così da approntare poi il grande rito familiare. Ella si reca in pellegrinaggio – sovente al mattino prestissimo – nei vari luoghi della spesa e dell’acquisto gastronomico per recuperare gli ingredienti: supermercati, centri commerciali, mercati e negozi di fiducia. La cuoca di casa fissa un menù di base, ma pensa avvedutamente anche a varianti e alternative x y e z, riempiendo così con largo anticipo dispensa, frigo e freezer, iniziando a mobilitarsi spiritualmente – ovvero a sfiancarsi – per la mastodontica preparazione che la vedrà rinchiusa in cucina per giorni e giorni. Nel far ciò la massaia perde la cognizione del tempo e dello spazio, immersa com’è in una sorta di meditazione in movimento simile a quella dei monaci theravada buddhisti, condotta attraverso il raccoglimento dell’attenzione sull’atto del friggere, dello stendere la pasta, del turnaggio delle teglie nel forno, e poi dell’assaggiare, del condire, del decorare…

LA BENEDIZIONE DELLE CASE

Nel periodo natalizio i preti delle varie parrocchie passano a benedire le abitazioni dei fedeli e il fenomeno, se in alcune famiglie è ben accetto e non provoca nulla di particolare, in altre può scatenare reazioni scomposte di malcelata inquietudine. Tra gli ostili alla visita del sacerdote c’è chi evita appositamente di esser in casa e chi, pur essendoci, non risponde alla porta, spegne tutto – sshh fai silenzio – gioca all’uomo invisibile. Se durante il giro del prete tocca uscire di casa, ci si muove rapidi e guardinghi, pregando (contrappasso?) di evitare l’incontro con l’uomo di chiesa. C’è però anche chi si rassegna e accoglie la visita del sacerdote. Allora può capitare il marito che rifiutandosi di mettersi in cerchio per la preghiera borbotta, impreca ma poi alla fine cede oppure il figlio adolescente che scoppia a ridere e per questo la madre mentre si segna lo minaccia di morte, ma anche un sacco di padre nostro e ave maria recitati in lip-sync, l’acqua santa spruzzata in faccia alla nonna per non dire dell’immancabile imbarazzo al momento dell’offerta che, sebbene non venga espressamente richiesta, è il movente di tutta quell’infreddolita sfacchinata serale del religioso.

IL PACCO AZIENDALE

Le aziende, gli uffici e le società regalano ai loro dipendenti per Natale il classico pacco con panettone (o pandoro) e spumante. In una confezione di cartone malamente decorata, con l’indicazione chiara o la foto del contenuto che smorza qualunque fantasia o effetto sorpresa, il pacco è un tipico manifesto di attenzione-dovuta-ma-non-sentita, picco massimo dell’omologazione che livella tutto e tutti su uno stesso piano. La triste scatolaccia è ritirata e parcheggiato sotto l’albero, a far numero insieme ai regali. Molte volte il pacco non viene neppure aperto, resta lì, intatto per settimane, oltre l’Epifania oppure viene riciclato in extremis come regalo per la vicina di casa o il tecnico della caldaia.

IL CAPITONE

Un piatto tipico del Natale italiano, soprattutto del Sud, è il capitone fritto. L’animale, che viene comprato spesso ancora vivo al mercato o in pescheria, è gestito ovviamente dalla cuoca di casa ma in questo caso non si tratta semplicemente di cucina. La detenzione, l’uccisione e la preparazione dell’animale vedono la nonna o la mamma di casa trasfigurarsi in macellaie impietose e senza scrupoli, che imprigionano l’animale per ore nella vasca da bagno o nel lavandino della cucina prima del sacrificio al santo dio del Natale. Non di rado le massaie finiscono per impegnarsi in un vero corpo a corpo con la forzuta e viscida creatura, dando vita ad una battaglia senza esclusione di colpi. Il capitone è sommamente scivoloso, facilmente può scappare dalle mani: se, ancora vivo, finisce a terra, ciò suscita la furia omicida delle nonne e delle zie che, tornate a uno stato brado, primordiale, prendono a inseguire come diavole matte l’anguilla. Rincorrono, armate, la bestiola acquatica, la afferrano e brutalmente la decapitano prima di impanarla e buttarla nell’olio bollente.

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DOLCEZZA ESTREMA

Fritti, con miele, ricotta, liquore, frutta sciroppata, frutta secca, cioccolato: sono i dolci del Natale italiano. Tantissimi, piccini o enormi, dalle infinite varianti, dal nord al sud Italia ci si sbizzarrisce con la pasticceria delle feste. Dolci estremi, esagerati, pazzi: arrivano a tavola alla fine di quei pasti già fin lì da lavanda gastrica. Qualsiasi contegno o calcolo delle calorie è proibito. Alla poetica dell’autolesionismo giocondo non ci si può sottrarre. Ognuno ha il suo preferito – struffoli, zeppole, cartellate – ma nel delirio gastronomico natalizio le preferenze non contano poi molto: tocca assaggiare tutto, indistintamente, anche se si sta a tavola da quattro ore e i segnali propriocettivi dicono che si è prossimi al conato. L’importante, anche in questo caso, è – cin cin! – esagerare.

TEAM PANDORO O PANETTONE?

Sono i due grandi classici delle feste natalizie in Italia. Le versioni base sono piuttosto semplici ma ne esistono rivisitazioni e varianti d’ogni tipo: farciti, ricoperti, salati. Ormai la gara tra le aziende è un po’ quella a chi lo fa più strano. La diatriba pandoro o panettone infiamma gli animi, pungola le coscienze. Fonte di rivendicazione e tensione identitaria, l’opposizione panettone-pandoro soddisfa, nelle menti e nei cuori degli italiani, un bisogno antico di schierarsi, di definire un’appartenenzaah no, io solo panettone, no, no, meglio il pandoro, più semplice – offrendo la possibilità a ognuno di specificare un po’ la sua posizione nel grande teatro del Natale, di manifestarsi con quel poco di individualità superstite. In realtà i due dolci sono piuttosto simili ma nella proliferazione semiotica di questi giorni il piede in due scarpe non può essere tenuto: una scelta bisogna farla. Le due squadre ci devono essere.

LO STRANO CASO DEI CANDITI

Il panettone in particolare ha poi un suo tema alquanto bizzarro. All’interno del dolce tipico di Milano ci sono infatti, secondo la ricetta tradizionale, pezzi di frutta candita e uvetta. Ebbene, pur essendo il dolce natalizio più famoso e diffuso, quello che immancabile viene rifilato a ogni brindisi, uvetta e canditi praticamene non piacciono a nessuno. C’è chi li tollera e chi li odia: ma gli estimatori non esistono. O se esistono non lo dicono. Percepiscono forse lo stigma? Tanti sono quelli che portano avanti la propria personalissima battaglia contro i cubettini di frutta: per non rinunciare alla fetta di panettone questi sezionano con cura, ispezionano alla perfezione ogni singolo centimetro cubo della loro porzione. Individuano i nemici e li scartano, creando le classiche, ragguardevoli montagnette di canditi a margine.

LA MESSA DI MEZZANOTTE

La messa della mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre è un vero e proprio mito per le famiglie italiane. A tantissimi piace l’idea un po’ struggente di questo sforzo devozionale massimo: l’uscire di casa al gelo della notte invernale per raggiungere la chiesa e la celebrazione della nascita di Cristo, stretti in un abbraccio mistico, avvolti in maxi cappotti, sciarpe e cappelli che coprono tutto e lasciano intravedere solo gli occhi o neanche quelli. Ce lo si ripromette – quest’anno andiamo, ah sì io voglio andare, non come l’anno scorso! – ma puntualmente quando si arriva al momento fatidico si è tutti sprofondati su divani e poltrone tra la vita e la morte, con le braccia a penzoloni, l’addome teso, gonfio, gli occhi pronti a chiudersi per sempre e la santa messa si riconferma il sogno impossibile di sempre.

 LA CREMA AL MASCARPONE

Tra i tanti dolci indigeribili del Natale italiano un posto del tutto speciale è occupato dalla gloriosa crema al mascarpone, realizzata con uova crude sbattute, pacchi interi di zucchero e l’unico formaggio prodotto direttamente dai pascoli del demonio: il mascarpone. Ah, ci si mette anche del liquore, volendo. Tipicamente usata per soffocare le fette di pandoro o panettone, costituisce di fatto il colpo di grazia in coda agli sconfinati pasti-maratona. Molto amata o molto odiata, la crema al mascarpone polarizza gli animi, spacca le famiglie e i gruppi di commensali tra sostenitori e grandi oppositori. I più depravati la gustano a cucchiaiate.

CHI HA PAURA DEL TORRONE ALZI LA MANO

I grandi pasti natalizi italiani finiscono sempre con la tavola affollata da torroni, croccanti, frutta secca pietrificata da insesorabili colate di caramello. Acquistati o preparati in casa, questi dolci scrocchianti e zuccheratissimi hanno l’inquietante risvolto di risultare micidiali per l’integrità dei nostri dentoni. Spesso dalla consistenza davvero inaffrontabile, torroni e croccanti fanno saltare otturazioni, scheggiano molari, risvegliano le faccende irrisolte della nostra bocca. I croccanti riattivano vecchie carie sopite, costringono a fare i conti con le fragilità e le questioni in sospeso coi nostri molari. Per i dentisti, manco a dirlo, il Natale arriva sempre un po’ in ritardo.

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