ADDIO SEAN, CREATORE D’ORGASMI

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Si è spento uno dei disegnatori 'cult' dei fumetti gay degli anni '80. Con le sue storie surreali governate da una irrefrenabile libidine ha conquistato i giovani di...

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Una delle cose che si sono rimproverate da sempre al fumetto gay, perlomeno laddove ha aquisito una certa visibilità, è stata la sua tendenza ad essere “banale“.

Questa definizione ha accompagnato anche tutta la recente “arte gay”, quella che ha iniziato ad autodefinirsi così a partire dalla rivoluzione sessuale degli anni ’60, e che ha fatto della rivendicazione e dell’ostentazione sessuale i suoi temi portanti. La storia dell’arte ufficiale non sminuisce l’arte gay in quanto tale, ma sottolinea la sua mancanza di originalità in un mondo che ha fatto degli scandali e della sessualità il suo pane quotidiano, seppur sotto una patina di perbenismo e moralità che sembra proprio avere lo scopo di enfatizzare il fascino morboso di certi argomenti sul pubblico.

In breve si rimprovera agli artisti gay di essere passati dalla repressione alla banalizzazione, facendo dello spirito di rivalsa fine a se stesso il loro unico stimolo creativo.

A torto o a ragione è un dato di fatto che l’esplorazione della sessualità sia stato l’elemento caratterizzante della maggior parte dei fumetti gay prodotti finora, e nel corso degli ultimi decenni ci sono state dozzine di fumettisti che ne sono stati i portabandiera.

Effettivamente, soprattutto negli Stati Uniti, la liberazione sessuale ha fatto in modo che si creasse una vera e propria anarchia fumettistica, in cui tutti potevano pubblicare tutto (o quasi) magari cercando di bissare il successo di Tom of Finland.

Il primo risultato di questa situazione è stato quello di penalizzare la qualità dei lavori a favore della loro quantità, impedendo a molti artisti di sviluppare le loro potenzialità e frenando di fatto l’evoluzione del fumetto gay in senso lato.

Ci sono state decine e decine di artisti-meteora, pieni di buone idee, che non sono stati in grado di valorizzare il loro talento e che col passare degli anni sono spariti dalla scena senza riuscire a guadagnarsi i proverbiali “cinque minuti di celebrità”.

Paradossalmente i lavori di questi fumettisti sono stati diffusi quanto quelli degli artisti più conosciuti, anche se il pubblico ha saputo a stento il loro nome, e sembra doveroso – perlomeno nel momento della loro dipartita – dare loro il risalto dovuto.

Mercoledì 5 gennaio 2005, alle 2 del pomeriggio circa, si è spento a causa di un male incurabile John Klamik, che firmava i suoi fumetti gay hard con lo pseudonimo di Sean.

Probabilmente il nome “Sean” non dice molto alle nuove generazioni, eppure i suoi fumetti sono stati fra i più pubblicati negli anni ’70 in America e – di riflesso – negli anni ’80 nel resto del mondo.

John Klamik era nato nel 1935 a Chicago (città destinata a diventare una delle patrie del movimento gay statunitense), e dopo aver studiato nell’istituto d’arte si trasferisce in California e diventa editorialista della prima versione del mensile Advocate, conciliando la sua passione per la narrazione a fumetti con l’attivismo gay. Dagli anni ’60 agli anni ’90 i suoi fumetti sono stati fra i più pubblicati dai più diffusi periodici gay di quegli anni: per le riviste “mainstream” realizzava fumetti firmandosi Shawn, mentre per le riviste hard realizzava fumetti firmandosi Sean. Le sue opere pornoerotiche sono quelle più conosciute, negli Stati Uniti come all’estero: in patria trovarono spazio su riviste storiche come “Drummer”, “Bound & Gagged” e “Red Tails”, mentre in Italia arrivarono sulle pagine della rivista Gay Italia (che fino alla fine degli anni ’80 dedicava uno spazio fisso ai fumetti hard, e che spesso era dedicato proprio alle storie di Sean).

Anche se la critica ufficiale non gli ha mai prestato molta attenzione, Sean è stato un artista eclettico e prolifico: è stato un richiesto autore di murales per i locali e i quartieri più gay degli Stati Uniti, ha realizzato illustrazioni e copertine di libri (a tema gay, ovviamente) e ha continuato a lavorare fino al giorno prima del suo ricovero in ospedale.

Ha sempre partecipato attivamente alle iniziative promosse dai circoli gay della West Coast per promuovere la dignità dei cittadini omoesessuali, contribuendo per anni all’organizzazione dei Gay Pride di Los Angeles e West Hollywood (dove ormai risiedeva da diverso tempo).

Se si dovesse riassumere lo stile dei fumetti di Sean in una sola parola probabilmente “banale” potrebbe essere calzante, ma di certo sarebbe riduttivo. Sicuramente questo artista ha sempre mostrato delle lacune tecniche notevoli, ed è pur vero che le sue storie riprendono tutti gli stereotipi più triti della sessualità gay… Tuttavia Sean ha avuto l’indubbio merito di capire esattamente quello che cercavano i gay della sua generazione, ed è stato capace di offrirglielo con tutti gli attributi (è proprio il caso di dirlo). Per tre decenni i suoi fumetti hanno fornito materiale su cui i gay più o meno giovani hanno potuto esplorare la propria sessualità e le proprie fantasie erotiche, e le ingenuità stilistiche e formali di Sean hanno probabilmente stabilito col suo pubblico un filo diretto che molti artisti più patinati non hanno mai avuto. Sean raccontava storie quotidiane e surreali al tempo stesso, con una grafica ariosa ed essenziale (nonostante i laboriosi tratteggi), in cui il vero protagonista era la libidine che coglieva i suoi personaggi nelle situazioni e nei contesti più disparati. Una libidine che superava le inibizioni e la ritrosia dei protagonisti, posseduti da impulsi irrefrenabili che culminavano in orgiastici orgasmi capaci di far vedere le stelle (letteralmente) a tutti i partecipanti.

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