ANONIMO CUBANO

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Un racconto di Roger Salas, dal libro "Gelati di passione"

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ANONIMO CUBANO

Si dice che la distanza sia l’oblio,

ma io non sono di quest’avviso.

BOLERO POPOLARE

Sapevo che attraversando l’oceano avrei perso il nome. L’oceano, quello Atlantico, è vastissimo. Caraibi e Mediterraneo inclusi. Una distanza eccessiva e un eccesso di sostanza vana, l’acqua, incline alla dissoluzione e all’oblio come nessun altro liquido, a eccezione dell’acquavite di canna. Tant’è che uno dei miei giochi preferiti era inventarmi nomi possibili per quando sarei stato nell’altro mondo; e per nomi intendo esistenze.

Non potevo immaginare fino a che punto avrei dovuto, qualche anno dopo, forzare il mio ingegno. Il mondo picaresco dell’Avana fu una università a distanza (alle volte vicina) che mi addestrò all’arte sommaria della simulazione e dell’innesto di alcuni esseri con altri, conservando dei primi appena un’espressione, qualche dettaglio sufficiente comunque a collegare un personaggio all’altro fino a formare una sorta di intima famiglia.

Il gioco cominciò sul serio quando finii in carcere per scontare una condanna di un anno.

Ero già dal barbiere del Castello del Morro quando capii che se lì dentro avessi continuato a cercare di somigliare a ciò che restava di me sarei morto ben presto. Così adottai l’identità di un essere abbandonato, un po’ sciocco e con sguardo da vittima, che faceva al caso. Nessuno avrebbe rifiutato di aiutare una simile incarnazione dell’abbandono universale.

Il Castello del Morro era il penitenziario principale dell’Avana, dal momento che l’altra fortezza d’epoca coloniale doveva essere destinata a usi culturali. Vi erano condotti tutti i prigionieri che da quell’imponente mole di pietra venivano smistati in altre prigioni o campi di lavoro. Era un inferno. L’eco delle volte diventava un clamore sordo e confuso di voci: ronzio dei rasoi per tagliare i capelli a zero e zoccoli di legno, le scarpe abituali, probabilmente le uniche in grado di resistere all’umidità imperante, una specie di freddo liquido capace di corrodere le ossa di un titano. Il barbiere, la cui missione era rapare crani con ampie tosate, come chi traccia larghi paralleli e meridiani su un mappamondo, ti sottoponeva al primo interrogatorio non ufficiale:

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