Archivio per frammenti di cuore spezzato

di

Breve elenco emozionato e incompleto dei ragazzi che a 20 anni mi spezzarono il cuore.

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E. veniva nella mia scuola ma era più grande di un anno. È stato il mio primo amore. Radicale, virtuale, fallimentare. Era etero. Gli scrissi una lettera. Non ci fu risposta. Era timido. Per il suo compleanno – a luglio, Cancro – presi a mandargli regali, sms, biglietti. Inconsolabile e perciò eterno, il morboso attaccamento alla sua persona si tradusse, nell’impossibilità di un avvicinamento reale, nella raccolta di tracce, cimeli, reliquie. Un’ossessione adolescenziale direbbero i più. Io lo considero il primo manifestarsi del mio vero temperamento. Wuthering Heights.

D. è stato il mio primo bacio. Quando l’ho conosciuto faceva il commesso in uno showroom in Garibaldi. Poi si mise a smerciare giocattoli vintage. Avevo 18 anni, lui 30. Era biondastro, con un gran naso e una specie di neo chiaro in rilievo accanto alla narice che alla mia amica Simona faceva gran schifo. Il primo e unico bacio arrivò il giorno di Pasquetta, sul letto di camera sua. Organizzammo un pic nic che a causa del tempo alla fine si tenne a casa sua. Qualche giorno dopo quel bacio mi lasciò per uno spilungone nero ricchissimo, che lo portava a consumare fragole e champagne nelle suite.

M. era il coinquilino di uno con cui ero uscito. Un commesso di H&M amico di amici. Durante l’uscita col tizio fatti quattro passi finimmo a casa sua, ovvero a casa loro, e lì il mio scarso entusiasmo per il commesso fu confermato dalla gioia, pura, vera, assoluta che mi scatenò l’entrata in scena di M. Era piuttosto basso, mangiava minestrone seduto al tavolo. Il giorno dopo chiesi il suo numero. Ci siamo visti un paio di volte. Una di queste salimmo sulla Torre Branca al parco Sempione: una di quelle cose inutili il cui senso (perfetto) sta proprio nella sua natura di pretesto. Poi il silenzio. Anni dopo in realtà ci fu un’inaspettata ripresa. Ma qui sto parlando d’altro, quindi mi fermo.

A. viveva a Loreto, ma era toscano. Appena conosciuto, eravamo insieme un pomeriggio con amici in comune. Cenammo a casa sua, poi gli altri andarono a ballare. Io restai lì a dichiarare un amore nato tipo 24 ore prima. Lui si mise a piangere. Pensava ancora all’ex. Mi lasciò dormire da lui. Nello stesso letto. Non accadde nulla. Ricordo come se stesse succedendo ora la luce del suo cellulare nel buio, ultimo segno di una presenza che poi venne meno. Col sonno e in fretta poi, dopo, al mattino.

E. stava da qualche parte in Brianza. Andai da lui due o tre volte, pigliando il treno e raggiungendolo quando finiva di lavorare (credo da Trony). Aveva un villetta, viveva da solo. Data la mia giovanissima età coltivavo un turbinio di speranze romantiche che non erano contemplate in quegli incontri che erano assolutamente finalizzati all’intrattenimento notturno ma io non lo sapevo. Aveva un ex fidanzato lontano, di base stava depresso. Quelle colazioni la mattina dopo sono una delle mie personalissime figure della disillusione. Nei viaggi di ritorno verso Cadorna sviluppavo qualcosa che a seconda del contesto semiotico prediletto potremmo definire ‘corona di spine sul cuore’ oppure sintomatologia del disturbo d’ansia. Ah, aveva girato un porno in Germania.

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F. era un giovane stylist. Ci vedemmo due o tre volte e a dire il vero non accadde poi molto. Era totalmente impenetrabile dietro il suo schermo di modi e maniere della Milano che appare. Mi raccontavo di poterlo liberare e di tirare fuori tutta la tenerezza che, ero sicuro, teneva al riparo dal mondo dietro la spocchia dei capricci. Ma ero troppo giovane. In Ticinese baciandomi mi passò la sua caramella, poi salì su un taxi e scappò. Usava un profumo buonissimo. Basti dire che neanche la marca di quello mi volle svelare, di sé. Ogni tanto lo sento ancora. Pratico una fedeltà rara nei confronti delle cose che, un tempo, mi emozionarono.

A. studiava psicologia e aveva un cane (come spesso accade gli animali di quelli che ti piacciono rientrano in pieno nel computo dei fascini e dei talenti). Era piccolo, di statura. Si conciava un po’ da skater, punk posticcio. La prima volta ci vedemmo per una mostra, mi pare Triennale Bovisa. Poi io manifestai la mia solita euforia amorosa. Lui si era appena mollato con uno. O forse ci stava ancora. Non si capiva. Sta di fatto che si tirò indietro. Mi chiedeva di vederci e parlare. E parlare. E parlare. Mi voleva come conferenziere. Ma io miravo al suo cuore. Ogni incontro era una via crucis formato provincia. Fatale fu un pomeriggio al parco, col cane e le sue amiche. Poi, un decennio dopo, a sorpresa, sono finito a vivere, da coinquilino, con quel suo ragazzo non ragazzo che non avevo mai conosciuto. Ho ripercorso la storia da un punto di vista alternativo. Lui l’ho pure rivisto: è stato più strano di allora. Alla fine non si può essere entrambi così inclini all’implosione.

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